dott. Roberto Ausilio, Psicologo
Premessa
Il
DSM IV, all’interno dei Disturbi d’ansia, distingue tra Disturbi di Panico
con Agorafobia e Disturbi di Panico senza Agorafobia. (A.P.A.,
1994)
. Gli attacchi di panico
sono definiti nel DSM IV come periodi delimitati a insorgenza improvvisa,
di intensa apprensione, paura, o terrore, spesso associati con sentimenti
di morte imminente. Durante questi attacchi vi sono sintomi come respiro
corto o sensazioni di soffocamento; palpitazioni, batticuore, o
tachicardia; dispnea; e paura di impazzire o di perdere il controllo. Gli
attacchi di panico possono essere imprevisti (e isolati), e allora
l'insorgenza dell'attacco non risulta associata con un fattore ambientale
di scatenamento, ma si manifesta piuttosto inaspettatamente;
correlati alla situazione, e allora l'attacco di panico quasi
invariabilmente si manifesta immediatamente dopo l'esposizione al o in
previsione del fattore situazionale di scatenamento; sensibili alla
situazione, e allora l'attacco di panico si manifesta più probabilmente
dopo l'esposizione a un fattore situazionale di scatenamento, ma non
risulta ad esso invariabilmente associato.
Il
Disturbo di Panico senza Agorafobia è diagnosticato in presenza di
Attacchi di Panico inaspettati ricorrenti, seguiti da uno o più dei
seguenti sintomi:
a)
preoccupazione persistente di avere altri attacchi
b)
preoccupazione a proposito delle implicazioni dell'attacco o delle
sue conseguenze (per es., perdere il controllo, avere un attacco cardiaco,
"impazzire")
c)
significativa alterazione del comportamento correlata agli
attacchi.
Il
disturbo da panico può essere associato ad altri disturbi in comorbilità
come ad esempio: depressione, ansia sociale, disturbo ossessivo
compulsivo, disturbo da somatizzazione, disturbo da ansia generalizzata,
disturbo post traumatico da stress. Possono naturalmente essere
presenti alcuni tratti di personalità più frequenti di altri o anche
veri disturbi di personalità come quello Evitante, Dipendente, Borderline.
Concettualizzazione del disturbo
Nel
periodo precedente al primo attacco di panico i pazienti hanno
frequentemente sperimentato un livello di stress elevato, ma accompagnato
da un atteggiamento di minimizzazione rispetto ai problemi contingenti. I
soggetti spesso riferiscono problemi familiari, di lavoro, cambiamenti
importanti nella qualità della vita o nella generale organizzazione
familiare, frustrazioni o relazioni particolarmente impegnative, o altre
situazioni "normalmente" caratterizzate da stress.
I pazienti con attacchi di panico minimizzano questi antecedenti sulla
base di una probabile assunzione personale attinente alla propria
insensibilità o immunizzazione a tali situazioni. Quella che è una
caratteristica antecedente al primo attacco si ribalterà poi per divenire
una attenzione allarmata su ogni sensazione somatica.
In
generale si potrebbe parlare di una conoscenza insufficiente delle
segnalazioni dell’organismo in stato di stress, nelle quali il soggetto
pur presentando livelli di attivazione, ansia, tensione, iperventilazione
elevati non riorganizza il proprio comportamento in base ad essi, ma tenta
di distrarsi, minimizza il dato e sopravvaluta le proprie capacità di
fronteggiare fisicamente la situazione. In tali circostanze si manifesta
il primo episodio di panico. Questo evento ha due aspetti rilevanti: un
primo aspetto attinente alla circostanza traumatica di sperimentare uno
stato acuto di ansia costruito dal soggetto come completamente
diverso dalle "normali" esperienze finora sperimentate (aspetto
traumatico); il secondo aspetto è relativo alla acquisizione di una nuova
dimensione di conoscenza (avere gli attacchi di panico, i sintomi
specifici, i sentimenti di urgenza).
Questi due elementi costituiscono gli ingredienti della sindrome psicologica
del disturbo. Una volta sperimentato il primo episodio, il soggetto
attiverà una particolare attenzione ai segni precoci e premonitori di un
successivo attacco; in sostanza, il soggetto sarà nuovamente in stato di ansia dovuta
ad una ipervigilanza, e in questo stato attiverà l’atteggiamento
ansioso con i noti correlati fisiologici (tensione prolungata,
iperventilazione, amplificazione delle sensazioni somatiche). Tra il
secondo e i successivi attacchi di panico si sviluppa la sindrome completa
caratterizzata da elevata anticipazione dell’ansia, ricerca attentiva
dei sintomi, iperventilazione, distorsioni cognitive (in particolare la
catastrofizzazione e la selezione attentiva). La natura della sindrome del
disturbo da attacchi di panico è caratterizzata da un preciso circolo
vizioso: l’anticipazione dell’ansia genera ansia - lo stato
di ansia conduce alle sensazioni di panico imminente - i sintomi
vengono interpretati in chiave catastrofica ed estrema - il soggetto ha un
attacco di panico. In pratica ogni stimolo interno o esterno che è
giudicato minaccioso produce lo stato d'ansia e i relativi sintomi
somatici associati che se sono interpretati in maniera catastrofica
producono un ulteriore aumento del livello di ansia intrappolando
l'individuo in un circolo vizioso culminante nell'attacco di panico. (Sanavio,
1994)
Il
trattamento dei Disturbi di Panico
I
Disturbi di Panico possono essere trattati in vario modo:
Terapia
farmacologia.
I tre gruppi di farmaci più frequentemente in uso, sono gli
antidepressivi triciclici, le benzodiazepine ad alto potere, e gli
inibitori delle mono-amino-ossidasi (MAOI). La scelta della sostanza più
adeguata si basa sulla valutazione della salute, efficacia, e sui bisogni
e le preferenze del paziente.
Trattamento
Psicodinamico:
è una forma di "terapia del colloquio", in cui terapeuta e
paziente, lavorando insieme, cercano di scoprire i conflitti emotivi che
possono soggiacere al problema del paziente. Parlando di questi conflitti
e raggiungendo una migliore comprensione di questi, il paziente può
trarre un beneficio nel venire fuori dal problema. Di solito il
trattamento psicodinamico si concentra su eventi del passato rendendo il
paziente consapevole delle ramificazioni di problemi sepolti nei meandri
del tempo.
Terapia
cognitivo-comportamentale: Si tratta di una combinazione tra una terapia cognitiva, che può
modificare o eliminare le strategie di pensiero che contribuiscono ai
sintomi del paziente, ed una terapia comportamentale, che mira ad aiutare
il paziente a cambiare il suo comportamento.
Durante la fase più prettamente cognitiva della terapia, il terapeuta in
genere conduce una ricerca piuttosto meticolosa sui pensieri e sentimenti
che accompagnano l'attacco di panico. Tali eventi mentali vengono discussi
nei termini del "modello cognitivo" degli attacchi di panico. Il
modello cognitivo sostiene che i soggetti con DAP siano caratterizzati da
alcune distorsioni nei loro processi di ragionamento, dei quali possono
essere inconsapevoli, e ciò può dar corso a dei veri e propri
"cicli" di paura. Modificando in tal modo gli schemi di
pensiero, il paziente acquisisce un maggior controllo sul problema. Spesso
il terapeuta fornisce al paziente alcune guide molto semplici ed
elementari da seguire, quando sente che sta per sopravvenire un attacco di
panico.
La
componente comportamentale della terapia comprende un training sistematico
di tecniche di rilassamento. Imparando a rilassarsi, il paziente può
acquisire la capacità di ridurre l'ansia generalizzata e lo stress che
generalmente rappresentano l'anticamera degli attacchi di panico. La
terapia comportamentale include spesso degli esercizi di respirazione
attraverso i quali il paziente impara a controllare la propria
respirazione evitando l'iperventilazione - una sequenza rapida di respiri
che può aggravare in alcuni pazienti la reazione di panico. Un altro
aspetto importante della terapia comportamentale è l'esposizione a
sensazioni interne, chiamata esposizione interocettiva, durante la quale
il terapeuta farà una valutazione individuale delle sensazioni interne
associate al panico. A seconda della valutazione, il terapeuta potrà
allora incoraggiare il paziente a riprodurre alcune delle sensazioni
dell'attacco di panico, ad esempio esercitandosi ad accelerare il battito
cardiaco, respirare rapidamente per provocare una vertigine o altri
risentimenti respiratori, o correre per causare un capogiro. Possono
essere usati anche esercizi per produrre sentimenti di irrealtà.
Un altro aspetto importante della terapia comportamentale è l'esposizione
"dal vivo", in cui terapeuta e paziente analizzano se il
paziente abbia evitato certi luoghi e circostanze, e quali schemi d'evitamento
abbiano eventualmente causato i problemi del paziente. Essi si accordano
per lavorare sui comportamenti di evitamento che stanno interferendo in
modo più pesante sulla vita del paziente.
Schematizzando, il trattamento
cognitivo-comportamentale è strutturato in modo da affrontare 4 obiettivi
principali:
·
esposizione
graduale "in vivo";
·
Ri-etichettamento
delle sensazioni somatiche;
·
rilassamento
e respirazione addominale frazionata,
·
ristrutturazione
cognitiva delle assunzioni disfunzionali.
Esposizione in vivo
La tecnica della esposizione è notoriamente efficace
nella riduzione dell’ansia associata a situazioni ben identificate come
fobie specifiche, agorafobia, ansia sociale (Barlow D.H. et al.,
1988, 1989; Clark, 1986, 1991; 1991; Clark D.M., Salkovskis P.M. 1985). La
procedura di esposizione si pone l’obiettivo di permettere al paziente
di percepire e valutare in modo "controllato" l’oggetto della
propria paura. Questo metodo, se graduale, consente al paziente di
riappropriarsi di quelle funzionalità sociali e quotidiane che ha perso a
causa dei rilevanti “esitamenti” dovuti ai sintomi acuti dell’ansia
ed alla sindrome di ansia anticipatoria. Se ben
disegnata, la modalità di esposizione permette una rapida ripresa e
confidenza di abilità che sono state sospese ed in qualche caso
dimenticate.
Ri-etichettamento
delle sensa
zioni somatiche
La discussione concreta sulla natura di diverse
sensazioni favorisce una categorizzazione ed una più realistica adesione
ad un modello dei sintomi di ansia come effetti della sindrome da
stress. La possibilità di discutere con il paziente delle cause dei
singoli sintomi, con eventuali esempi anche calibrati sulle comuni
esperienze della vita quotidiana ha la funzione di normalizzare e "decatastrofizzare"
la condizione soggettiva del paziente (Barlow D.H. et al., 1988, 1989;
Clark, 1986; Clark D.M., Salkovskis P.M. 1991; Salkovskis P.M., Clark D.,
Gelder M.G.,1996; Beck A.T., Emery G., 1985).
Rilassamento e respirazione addominale
Le tecniche di rilassamento e di educazione
respiratoria hanno la funzione duplice di essere sia uno strumento
"sotto controllo" del paziente, il quale può contarci nelle
situazioni quotidiane più diverse, sia un metodo per bloccare o inibire
la tendenza ad iperventilare e quindi a produrre i sintomi caratteristici
che il paziente interpreta come l’imminente attacco di panico (Bonn J.A.,
Readhead C.P. A., Timmons B.H. , 1984; Clark D.M., Salkovskis P.M.,
Chalkley A.J., 1985).
Ristrutturazione cognitiva
Il
paziente deve essere preparato ed allenato a riconoscere i propri pensieri
automatici e spontanei, i quali possono essere molto rapidi ed istantanei
e possono non lasciare più traccia in memoria; l’allenamento nel
percepire i propri pensieri ed i propri atteggiamenti è molto importante
in quanto attraverso questa procedura il paziente si rende consapevole di
come effettivamente modifica il proprio stato emotivo (Beck, Emery, 1985;
Clark, 1986; Freeman et al, 1990). Da tale abilità deriva anche il
successivo lavoro di revisione e modificazione delle assunzioni generali
del paziente. Il lavoro di riconoscimento e ricostruzione degli schemi
disfunzionali (solitamente, gli schemi più usuali e frequenti che vengono
elaborati da questi pazienti fanno riferimento a tipologie come
"vulnerabilità", "fragilità", "mancanza di
autonomia", "oppressione", "incapacità di controllo
personale", "insopportazione - scarsa tolleranza alla
frustrazione", "perfezionismo", "elevati standards")
è la chiave del lavoro a più lungo termine, ed in genere la parte più
impegnativa del trattamento. Il paziente prende coscienza di come ha
costruito certi settori della propria esperienza e delle spiegazioni e
teorie personali che utilizza per darsi un significato. Attraverso il
lavoro sulle assunzioni disfunzionali il paziente modifica i propri schemi
a favore di spiegazioni alternative più realistiche, adattive e concrete.
Un ruolo di rilievo è costituito dal lavoro con i familiari (o con un
familiare) attraverso il quale è possibile non solo ottenere la
collaborazione per eventuali coinvolgimenti diretti in procedure di
esposizione dal vivo, come esposto più sopra, ma è utile anche avere una
collaborazione nella gestione delle relazioni in casa.
I familiari vengono preparati a essere supporti validi, affidabili, e
positivi mediante colloqui dedicati a loro, ma con la presenza del
paziente.
Un altro aspetto importante è quello delle procedure
da attuare tra una seduta e l’altra, i cosiddetti "compiti per
casa" o homeworks. E’ utile insistere sulla necessità di attuare i
compiti in quanto molto spesso il lavoro progettato ha un senso preciso ed
il suo risultato è necessario per la continuità del trattamento. Gli
specifici compiti sono progettati in collaborazione con il paziente e
consistono frequentemente in diari di registrazione di elementi-bersaglio,
o diari di automonitoraggio, o in schede di analisi delle cognizioni
associate agli eventi contingenti.
RASSEGNA DEGLI STUDI GIA’ SVOLTI E CONTRIBUTI EMPIRICI RILEVANTI
Effettuando una ricerca sul motore Psycho Info, alla
parola chiave “Panic” sono associati 1420 documenti
la cui datazione è degli ultimi 3 anni (2002-2005), alle parole chiave
“panic and respiration” sono associati 41
articoli dal 2002 al 2005 e, con la stessa circoscrizione temporale, alle
parole “panic and respiration training” sono associati 5
articoli.
Riteniamo
interessante prendere inizialmente in considerazione la ricerca
“Dismantling Cognitive-Behavioral Treatment for Panic Disorder:
Questioning the Utility of Breathing Retraining” (Schmidt et Al. 2000).
La ricerca parte dalla constatazione che i protocolli di trattamento
cognitivo comportamentali (CBT) per i disturbi di panico (PD), sono
composti da una serie di interventi che comprendono anche qualche forma di
re-training respiratorio (BR). Obiettivo della ricerca era verificare,
attraverso uno studio controllato dei risultati, la necessità del
training respiratorio all’interno del CBT. Settantasette pazienti con
diagnosi di PD furono casualmente assegnati ad un gruppo che riceveva il
CBT con BR, oppure CBT senza BR, o ancora ad un gruppo di controllo (WL).
L’ipotesi principale del lavoro era che il gruppo con BR avrebbe avuto
una minore remissione dei sintomi rispetto ad altre condizioni di
trattamento attivo, dato che il BR sembra essere un’opzione più
attraente ma meno adattiva per alcuni pazienti. Questa ipotesi,
che riprende la dissertazione di Craske et Al. (1997), prende in
considerazione alcuni comportamenti non adattivi (safety aid) come l’evitamento
di un luogo dove si sia verificato un attacco, o anche il controllo della
respirazione, come palliativi o addirittura comportamenti nocivi per la
persona. In particolare si ipotizzava che i pazienti che avevano ricevuto
CBT con BR avrebbero avuto migliori risultati del gruppo di controllo, ma
miglioramenti minori di quanti avevano ricevuto CBT senza BR.
Campione
I
77 pazienti furono selezionati in quanto corrispondenti ai seguenti
criteri: a) diagnosi di disturbo di panico con o senza agorafobia secondo
i criteri del DSM IV, b) nessun cambio nel tipo di cura nelle ultime 12
settimane, c) nessuna evidenza di intenti suicidi, d) nessuna evidenza di
abuso di sostanze, e) nessuna evidenza di presente o passata schizofrenia,
disturbo bipolare o disordini mentali organici. Il 69% del campione era
costituito da donne con una media di anni 37,8 (SD=11,1).
Procedura
I
pazienti furono scelti tra persone che si presentavano in un centro
accademico specializzato in disturbi di ansia e che rispondevano ai
criteri sopra elencati. La diagnosi si basava su di una intervista
strutturata secondo il DSM IV. Dopo la diagnosi i pazienti furono
assegnati ad uno dei tre gruppi: CBT + BR, CBT, WL. Trentadue soggetti
assegnati al gruppo CBT ricevettero il trattamento di 12 sessioni per 12
settimane, con durata di circa 120 min. per sessione. Tale trattamento
comprende: a) educazione e correzione delle informazioni relative
all’eziologia e mantenimento dei disturbi di panico, b) tecniche di
terapia cognitiva che aiutano il paziente a individuare e fronteggiare i
fattori che contribuiscono all’insorgere del panico, c) esercizi di
esposizione interocettiva allo scopo di ridurre la paura del paziente
rispetto alle sensazioni fisiche connesse al panico, d) istruzioni per
condurre dal vivo la progressiva esposizione a situazioni ansiogene. I
risultati di questi pazienti furono misurati immediatamente dopo il
trattamento, dopo 6 e dopo 12 mesi.
Ventuno
soggetti furono assegnati al gruppo CBT + BR, ricevendo identico
trattamento dei primi con l’aggiunta di esercizi di respirazione
diaframmatici e la consegna di praticarli a casa. Questo intervento,
aggiunto alle sedute n. 4 e n. 5, ha aumentato la durata della sessione di
30 min.
Ventiquattro
soggetti furono assegnati al gruppo di controllo che non ricevette alcun
trattamento per le prime 12 settimane.
I
trattamenti furono effettuati tutti dallo stesso psicologo seguendo un
protocollo standard strutturato.
Misure
Venne
somministrata a tutti i pazienti sia in baseline che in follow-up una
batteria di test per indagare le maggiori dimensioni psicologiche legate
al panico. In particolare è stata utilizzata:
Risultati
Sono
state valutate le differenze between group prima del trattamento e gli
effetti dei trattamenti diversi, utilizzando modelli di regressione
random-effects. Come secondo passo sono state analizzate le differenze
between group con modelli di analisi della varianza sui valori individuali
calcolati nella prima fase.
Le
analisi preliminari non hanno mostrato differenze significative
nell’associazione tra variabili demografiche ed assegnazione ai gruppi,
e nessuna correlazione significativa tra il livello dei sintomi e
l’assegnazioni ai gruppi, dimostrando la bontà della randomizzazione
iniziale.
Dall’analisi
successiva al trattamento e al follow up si evince l’utilità del
protocollo CBT rispetto al gruppo di controllo WL. Il gruppo CBT non si
differenzia dal gruppo WL solo in una variabile, mentre il gruppo CBT + BR
non si differenzia dal gruppo WL in 4 variabili su 12.
Rispetto
alle misure di follow up, il gruppo CBT ha presentato miglioramenti in
tutte le variabili eccetto una. Al follow-up di 12 mesi i dati mostrano
che il 57% del gruppo CBT mostra una remissione contro il 37% del gruppo
CBT + BR.
In
conclusione il presente studio suggerisce che l’addizione di una
strategia di coping, in particolare del training respiratorio, non apporta
alcun chiaro beneficio al pacchetto di trattamenti che include educazione,
ristrutturazione cognitiva e tecniche di esposizione progressiva (sia dal
vivo che interocettive). Inoltre alcuni dati suggeriscono che l’aggiunta
di tale training respiratorio può avere effetti contrari sui pazienti,
provocando una remissione incompleta e maggiori rischi di ricaduta.
L’utilizzo
di training respiratorio può essere utile quando il paziente presenta
difficoltà respiratorie, sebbene ci siano pochi dati che suggeriscono la
presenza di iperventilazione durante gli attacchi di panico (Garssen,
Buikhuisen, & van Dyke, 1996; Hibbert & Pilsbury, 1988).
Una
questione importante è quanto l’aggiunta di un training respiratorio
sia controproducente ai fini del trattamento. I dati del presente studio
sono meno chiari al riguardo, dato che i gruppi con i trattamenti attivi
erano statisticamente simili nelle misure di outcome. I dati presenti
suggeriscono, in accordo con la ricerca di Craske et Al. (1997), che
avendo la possibilità di scegliere è preferibile utilizzare
l’esposizione enterocettiva rispetto al training respiratorio. Con un
numero limitato di sedute il terapeuta otterrà migliori risultati
utilizzando tecniche cognitive e di ristrutturazione rispetto
all’insegnamento di strategie di coping. Resta da verificare l’utilità
di altre tecniche simili, come il rilassamento muscolare progressivo. Gli
autori suggeriscono di fare molta attenzione nell’utilizzo di tecniche
di coping di questo genere in quanto esse possono rappresentare dei
palliativi di primo soccorso ("safety aid substitution,").
L’utilizzo della respirazione può invece essere utile quando non
diventa un palliativo, ad esempio nell’educazione dei pazienti rispetto
al ruolo naturale dell’ipocapnia nelle reazioni di paura oppure
manipolando la respirazione durante l’esposizione enterocettiva agli
stimoli ansiogeni. E’ utile educare i pazienti rispetto alla fisiologia
della respirazione per dissipare idee irrealistiche rispetto le reazioni
all’ansia. Il presente studio non misura gli effetti dell’uso delle
singole tecniche insegnate ai pazienti. Questo è un ovvio limite del
presente lavoro che potrebbe essere superato misurando il livello di
utilizzo delle tecniche di respirazione diaframmatica. Un ulteriore punto
critico di tale studio riguarda la durata delle sessioni di respirazione:
si tratta infatti di solo 1 ora sulle 24 ore totali del protocollo CBT.
ALTRI
CONTRIBUTI
Il
training respiratorio, come afferma l’articolo “Breathing Training for Treating Panic
Disorder” (Meuret, Alicia Et. Al, 2003) è ampiamente utilizzato nella terapia dei disturbi di panico. Gli autori individuano
nove studi che trattano i risultati di tale metodologia, ma dall’analisi
emerge che tali studi non sono sufficienti per affermare univocamente
l’efficacia o meno di tali tecniche nella terapia. Questo articolo
discute dei problemi metodologici e legati ai disegni di ricerca sul
training respiratorio, e identifica i fattori che possono avere
determinato i risultati delle terapie.
L’idea che le irregolarità respiratorie siano fattori importanti
nell’insorgenza del panico, implica che questi fattori dovrebbero essere
monitorati durante il corso della terapia. Le tecniche di training
respiratorio dovrebbero tener conto della frequenza respiratoria
e dell’incremento ritmico del respiro (tidal volume) nella regolazione
della presenza di gas nel sangue (pCO-sub-2). Gli autori concludono che
sono premature le conclusioni che scartano le tecniche di training
respiratorio a favore di tecniche cognitive o altre forme di intervento.
Nell’articolo “Respiratory Feedback for Treating Panic Disorder” (Meuret, Alicia Et
Al., 2004) si constata la presenza in pazienti con disturbi di panico, di
respiro corto o di altre alterazioni respiratorie, e come questo sia stato
utilizzato come evidenza sia per la teoria dell’iperventilazione che
della teoria del falso allarme da soffocamento.
Il training per modificare la respirazione costituisce un comune
intervento in questo tipo di disturbi, ma la respirazione raramente è
stata misurata oggettivamente nei pazienti durante il corso della terapia.
Gli autori riportano un nuovo metodo di training respiratorio che utilizza
il biofeedback per insegnare alle persone come modificare quattro distinti
parametri respiratori: incremento della ventilazione (Frequenza
respiratoria x volume di emissione),
irregolarità inter-respiro in frequenza e profondità, e respirazione
toracica. Come illustrato da un caso, il feedback della respirazione può
facilitarne il controllo volontario e ridurre i sintomi. Il monitoraggio
della respirazione può fornire rilevanti informazioni su diagnosi,
prognosi e risultati della terapia.
Anche nell’articolo “Voluntary hyperventilation in the treatment of panic
disorder” (Meuret,
Alicia Et Al, 2005)
l’iperventilazione ha molti collegamenti teorici ed empirici con
l’ansia e il panico. I test di iperventilazione volontaria sono
stati applicati sperimentalmente per comprendere i meccanismi psicologici
e psicofisiologici dell’ansia, e terapeuticamente nel trattamento dei
disturbi di panico. Dalla prospettiva della teoria dell’iperventilazione
nell’ansia, la iperventilazione volontaria è utile a livello
diagnostico per il clinico e a livello educativo per il paziente. Dal
punto di vista teorico della teoria cognitivo-comportamentale
l’iperventilazione volontaria è un modo per esporre i pazienti con
disturbi di panico alle sensazioni connesse con il panico e far emergere
pensieri catastrofici che necessitano di una ristrutturazione. Gli autori
esaminano gli studi che hanno utilizzato training respiratori tra cui
l’iperventilazione. Essi distinguono il ruolo dell’iperventilazione
nella diagnosi, nell’educazione sui sintomi, nelle strategie di training
respiratorio e nella misurazione dei risultati. Gli autori propongono come
standardizzare le procedure legate all’utilizzo dell’iperventilazione
volontaria.
NUOVO PROG
ETTO DI RICERCA
La
ricerca che intendiamo predisporre ha l’obiettivo di verificare l’
efficacia del training respiratorio (BR) e del rilassamento muscolare
progressivo (RMP) (Jacobson, ) in un gruppo
di pazienti con diagnosi di disturbo di panico. L’ipotesi della ricerca
riguarda l’efficacia o meno del training di respirazione all’interno
di un protocollo di trattamento cognitivo comportamentale. Inoltre
vogliamo verificare l’efficacia di tale training respiratorio in
aggiunta ad una tecnica di rilassamento come il rilassamento muscolare
progressivo. In particolare ci aspettiamo di trovare delle differenze
significative tra i risultati del gruppo sottoposto al protocollo CBT e
gli altri due gruppi sperimentali, nel senso di una maggiore efficacia del
primo rispetto ai secondi due.
Come lo studio di cui si è discusso, (Schmidt et Al.
2000) la ricerca parte dalla selezione di un campione di pazienti in base
ai corrispondenti ai seguenti criteri: a) diagnosi di disturbo di panico
con o senza agorafobia secondo i criteri del DSM IV, b) nessun cambio nel
tipo di cura nelle ultime 12 settimane, c) nessuna evidenza di intenti
suicidi, d) nessuna evidenza di abuso di sostanze, e) nessuna evidenza di
presente o passata schizofrenia, disturbo bipolare o disordini mentali
organici.
Il campione di pazienti (N=80), che volontariamente si presentano ad un
servizio specialistico, dopo la diagnosi di disturbo di panico secondo i
criteri del DSM IV con l’intervista strutturata, vengono casualmente ed
equamente (20 per gruppo) assegnati ad uno dei seguenti quattro gruppi.