In questo excursus sui disturbi alimentari psicogeni ci
proponiamo di elencare i possibili
percorsi
di trattamento, evidenziandone i campi applicativi e i rispettivi punti di
forza e di debolezza. Passeremo
poi a focalizzarci su alcuni aspetti della prevenzione e della promozione
della salute in ambito di comportamenti
alimentari, esaminando alcuni progetti ed esperienze recenti.
Questo "percorso a ritroso", dalla cura alla promozione della
salute, mira anche a rilevare e
rivelare le concezioni di base su anoressia e bulimia che guidano non solo
gli interventi terapeutici di un
problema cronico e pregresso, ma che dirigono inevitabilmente (spesso
implicitamente) gli interventi di promozione della salute. Infine
riportiamo una parte dell’intervista al dott. Urbani, medico e
psicoterapeuta di Orvieto che da
molti anni si occupa della cura di disturbi alimentari.
PERCORSI TERAPEUTICI
La maggior parte degli
approcci terapeutici per i disturbi alimentari psicogeni (anoressia e
bulimia) si focalizza su un solo aspetto del problema. Ad esempio esistono
terapie farmacologiche che a volte pretendono di ridurre un
comportamento alimentare complesso (che comprende aspetti emotivi,
relazionali, simbolici e culturali) ad una disfunzione metabolica organica
curabile attraverso i farmaci.
Questi approcci partono
dalle ricerche sperimentali che dimostrano, ad esempio, che i livelli
basali di noradrenalina o dopo assunzione di cibo, sono ridotti nei
pazienti anoressici (Henfelder, 1985). Anche il sistema dopaminergico che
inibisce il senso di fame e riduce l’assunzione di cibi ad elevato
contenuto calorico, presenta alterazioni sia nell’anoressia che nella
bulimia. Gli Psicofarmaci talvolta aiutano chi soffre di disturbi
alimentari.
La Bruch ricorda come fino
agli anni 40-50 venivano somministrati agli anoressici insulina e
preparati tiroidei, poiché si riteneva che questi disturbi derivassero da
un deficit della tiroide. Successivamente si è utilizzata la
clorpromazina, ma gli effetti benefici di questo neurolettico sono stati
solo marginali e molto discussi. Medicine come il Prozac/Fontex sono
consigliabili e in alcuni casi aumentano la probabilità che la terapia
abbia successo. Ma in generale possiamo dire che il trattamento
farmacologico, anche quando efficace, non può essere sufficiente per il
trattamento di una sindrome così complessa.
Nel trattamento dei
disturbi alimentari è diffuso anche l’uso di diete specifiche,
adattabili alle varie forme di problema e ai casi individuali specifici.
Ma anche in questo caso il solo utilizzo della dieta non è quasi mai
sufficiente alla risoluzione del problema.
Per il trattamento è
riconosciuta l’efficacia di gruppi di autoaiuto,
dove persone con problemi simili si scambiano vissuti ed esperienze
nel giro di alcuni incontri. Successivamente si affrontano gruppi di
incontro mirati con educatori o professionisti che supportano con
strumenti e programmi la successiva evoluzione del gruppo.
Per quanto riguarda gli approcci psicoterapeutici al problema
possiamo distinguere almeno quattro tipi di ipotesi che si traducono in
altrettanti approcci terapeutici:
Ipotesi psicodinamiche.
Hanno cercato di spiegare
l’anoressia mentale con due principali interpretazioni:
La prima riguardante il
sintomo principale, cioè la componente “orale” del disturbo e il suo
significato simbolico. La seconda si riferisce alla personalità delle
anoressiche e al loro stile di vita, ponendo l’accento sulle disfunzioni
dell’Io e sui rapporti interpersonali. Vi è stato dunque con il tempo
uno spostamento di interesse dalle componenti simboliche al conflitto tra
esperienze edipiche e pre-edipiche. Ad esempio Nemiah (1950) descrive i
fattori ambientali del paziente anoressico: una madre iperprotettiva, una
eccessiva dipendenza e passività. Assumere cibo significa riconoscere la
propria dipendenza nei confronti della madre , ammettere l’incapacità
di essere autonomi. Secondo il “modello delle relazioni oggettuali”
l’anoressia rappresenterebbe un arresto dello sviluppo maturativi
riguardante i processi di separazione-individuazione-costanza delle
relazioni oggettuali.
La Klein riconduce
l’anoressia al mancato superamento della posizione schizo-paranoide che
rappresenta una fase dello sviluppo maturativi. In questa fase il seno
materno è dissociato nel seno presente, buono, e in quello assente,
cattivo.
In generale
nell’approccio psicodinamico ai disturbi alimentari vengono analizzate
le esperienze dolorose vissute nell'infanzia, il terapeuta aiuta il
paziente a interpretare le sue emozioni; un problema che emerge quando si
trattano persone che soffrono di disturbi alimentari è che hanno la
tendenza ad essere molto influenzate dall'ambiente che le circonda a
discapito di ciò che loro sentono e quindi tendono a fare ciò che il
terapeuta desidera, potrebbero accettare per esempio interpretazioni che
non corrispondono veramente alla loro esperienza. Esiste quindi il rischio
che il paziente accetti le spiegazioni del terapeuta e che non entri in
contatto con i suoi veri desideri, a causa di esperienze negative
nell'infanzia che non gli hanno permesso di sviluppare un contatto reale
con la propria interiorità.
Ipotesi dispercettive
La Bruch (1973) giunse
alla convinzione che i vari sintomi dovessero essere reinterpretati come
manifestazioni di disturbi nel campo percettivo e concettuale. Soprattutto
l’incapacità di riconoscere la fame e le altre sensazioni fisiche che
si associa alla scarsa consapevolezza del proprio corpo. L’origine dei
disturbi dipenderebbe da un disconoscimento dei bisogni del proprio corpo
e da un disturbo della percezione dell’immagine corporea. In linea di
massima riscontriamo un concetto di Sé deficitario, con la paura di
essere vuoti o malvagi interiormente. Attraverso il controllo del peso si
tenta di proclamare la propria autonomia: ad una confusione emozionale si
sostituisce una certezza corporea. Nel processo terapeutico occorre
rendere i soggetti consapevoli dei propri impulsi, bisogni e sentimenti,
cercando di porre riparo al senso di incapacità, alle distorsioni
concettuali, all’isolamento e insoddisfazione che sottendono questi
disturbi.
Ipotesi relazionali sistemiche
La terapia
sistemico-relazionale e familiare, partendo dalla teoria dei sistemi, si
focalizza sui rapporti all’interno della famiglia, sui giochi
relazionali e sui sotto-sistemi familiari.
Minuchin (1978) parla di
anoressia come sindrome psicosomatica caratterizzata da sintomi sia di
natura fisica che psichica.Certi tipi di organizzazione familiare sono
strettamente correlati allo sviluppo e al mantenimento di sindromi
psicosomatiche e che sono gli stessi sintomi del figlio psicosomatico a
mantenere l’omeostasi familiare. Non è l’individuo sintomatico, ma lo
stesso sistema. I confini interni tra i membri sono praticamente assenti
(invischiamento), mentre i confini con l’esterno sono molto rigidi. La
Selvini Palazzoli prende in considerazione gli stili comunicativi e i
modelli interattivi, notando come ogni diversità viene azzerata con una
costante opera dall’esterno di ridefinizione delle emozioni, che non
vengono negate, bensì disconfermate. Ogni membro non fa qualcosa
perché lo desidera, ma lo fa in rapporto alle esigenze altrui e “per il
bene di qualcun altro”. L’autrice parla di “matrimonio a tre”
dove ogni membro è come se fosse sposato con due persone: il padre con la
madre e la figlia, la figlia con il padre e la madre, ecc. Tutto ciò non
permetterà alla figlia una vita autonoma. A questo quadro l’autrice
affianca anche la presa in considerazione della realtà intrapsichica, non
solo della figlia ma anche della madre, che spesso all’apparenza
esteriore di moglie sottomessa nasconde idee di ribellione e abbandono non
assecondate solo per paura della condanna sociale.
L’emaciazione del corpo
esprime un comportamento paradossale: l’onnipotenza della schiavitù.
L’anoressica si sente onnipotente perché attaccando il corpo come un
oggetto esterno, possedimento della madre che non riconosce i bisogni
altrui, colpisce là dove è riposta la potenza dell’altro; sottrae il
suo corpo alla madre in modo che non possa, attraverso il cibo, plasmarlo
secondo i suoi desideri.
Ipotesi
cognitive-comportamentali
Tale approccio considera
l’acquisizione e il mantenimento di comportamenti inadeguati come frutto
dell’apprendimento e lavora sulle convinzioni distorte e sui
comportamenti disfunzionali. Ad esempio il paziente in trattamento impara
a pensare "io sono normale e le modelle sono anormalmente magre"
invece di "le modelle sono perfette ed io voglio essere come loro.
Devo dimagrire."
Eysenck e Rachman (1965)
hanno sottolineato l’importanza di prendere in considerazione anche
“eventi mentali”, oltre al comportamento obiettivo. Tali teorie non
solo danno importanza agli stimoli ambientali, ma utilizzano anche
concetti più recenti legati alle teorie della comunicazione,
all’acquisizione di schemi genitoriali e processi complessi quali
l’attaccamento.
La teoria
cognitivo-comportamentale curerà sia l’aspetto fisico che quello
psicologico mettendo al corrente il paziente del compito globale in modo
che si possa stipulare un contratto in cui sia il paziente che i familiari
sapranno i loro compiti specifici. Si interviene poi su variabili
cognitive, comportamentali e motivazionali. Il terapeuta potrà assegnare
compiti in cui si chiede di annotare il prima, durante e dopo un certo
tipo di comportamento disfunzionale. Poi si insegna al paziente a
riconoscere i propri pensieri negativi in modo da sostituirli con risposte
più razionali. Inoltre si danno dei rinforzi positivi o negativi a
seconda dei processi che si vuole facilitare o inibire. Un’altra tecnica
che mira al cambiamento del comportamento è “l’assertive training”
che consiste nell’insegnare al paziente ad essere più assertivo nelle
relazioni interpersonali. Inoltre si utilizzano role-playing e terapie di
gruppo, oltre alla desensibilizzazione sistematica, attuata grazie al
rilassamento muscolare e a tecniche immaginativa.
Modello psicofisiologico
Come è facile intuire un
approccio integrato che prenda in considerazione diversi aspetti del
comportamento sarà più efficace di un approccio che si concentra solo su
un aspetto del problema.
Anoressia e bulimia sono
disturbi che rivelano profonde difficoltà di relazione. Vomito, rifiuto
del cibo, dimagrimento sono surrogati di difficoltà di espressione dei
bisogni profondi del Sé che, nel suo nucleo, rimane sano e desideroso
d'amore. Il primo rapporto da recuperare è quello con il proprio corpo,
come entità fisica e psichica, ricevitore ed emettitore di emozioni e
sentimenti.
Il rifiuto del cibo,
secondo il modello psicofisiologico, condensa una serie di istanze e
tematiche psicologiche:
-
negazione e non accettazione della corporeità e sessualità
e una tendenza all’idealizzazione
-
rifiuto e ostilità nei confronti delle persone
significative dell’ambiente esterno
-
controllo continuo della propria esperienza di vita con
forte tendenza all’idealizzazione
-
autocritica svalutativa compensata da comportamenti di forte
efficienza e funzionalità
La negazione della
corporeità non è solo di tipo mentale, bensì anche corporeo, così come
lo sono tutti gli altri processi e dinamiche implicate nell’anoressia.
Il corpo infatti è un elemento strutturale dell’Io e il narcisismo è
definito come un processo che contribuisce alla costruzione di un Io
unitario e coeso.
Modificare la postura di
un individuo attraverso degli esercizi di tipo corporeo si incide
essenzialmente sulle modalità di organizzazione dello schema e
dell’immagine corporea che rappresentano il nucleo essenziale della
personalità del soggetto (Ruggieri, 1994). Nella postura infatti si
intrecciano componenti meccaniche e componenti emozionali ed
interpersonali. Modificare una postura infatti significa modificare il
modo in cui il soggetto gestisce il suo appoggio. Il concetto di appoggio
si intreccia strettamente con quello di sostegno, finchè la possibilità
di appoggiarsi non si integra perfettamente con la possibilità di
autosostenersi. L’incapacità di trovare un appoggio e di sostenersi si
traduce tanto in termini corporei che psicologici, e influire su di un
aspetto significa necessariamente intervenire anche sull’altro.
Il terapeuta è paragonato
all’insegnante di musica. Questi insegna all’allievo non solo a
leggere lo spartito ma anche a trasformarlo attraverso il suo corpo in
musica lavorando su di uno strumento, per produrre un evento musicale. I
due livelli sono inscindibili e l’insegnante, a seconda dei momenti,
focalizza l’attenzione su un piano o sull’altro. Allo stesso modo lo
psicologo che modifica un atteggiamento posturale abituale, modifica anche
l’immagine corporea, e modificando l’immagine corporea modifica
l’atteggiamento posturale.
 | Arti terapie: musicoterapia, teatroterapia,
danzaterapia. Attraverso l’utilizzo delle arti promuove una maggiore
conoscenza di se stessi attraverso il lavoro con il corpo, accrescendo
la capacità di autoespressione. |
 | terapia psicocorporea che lavora sul piano fisico-energetico,
emotivo-affettivo e spirituale-simbolico.
|
Occorre integrare momenti
esperienziali ed incontri nei quali viene rielaborato il processo che ha
portato alla malattia.
In alcune esperienze di
tipo residenziale troviamo l’applicazione di un modello integrato al
problema.
Ad esempio nel “progetto
crisalide”…… la rieducazione prevista consta di tre fasi. Una
prima fase rieducativa,
in cui l’ospite apprende a superare la sintomatologia che caratterizza
il suo disturbo alimentare ed inizia a prendere coscienza dei
comportamenti annessi al nucleo della malattia. La seconda fase si
impernia sulla socializzazione nel mondo esterno: l’ospite è ora messo
a confronto con la famiglia, gli amici o con situazioni nuove. Nella terza
fase l’ospite è dimesso dalla struttura ospitante e dà il via al
proprio progetto esistenziale.
TEMATICHE
PSICOLOGICHE RILEVANTI
All’interno della grande
famiglia dei disturbi alimentari di tipo psicogeno è possibile
individuare, pur constatando la peculiarità di ogni singola storia
personale, delle tematiche psicologiche comuni e sottostanti al problema.
Secondo l’approccio psicocorporeo integrato è possibile individuare
strette correlazioni tra vissuti psicologici e processi corporei, che si
traducono in strutture caratteriali specifiche.
Tra le tematiche rilevanti
nei disturbi alimentari:
 | Consapevolezza corporea. Assistiamo di frequente
alla difficoltà a riconoscere le proprie sensazioni fisiche in
generale, e nello specifico quelle di fame e sazietà (consapevolezza
enterocettiva, La Broke). |
 | La sensazione di confusione, derivante dal
non riuscire a riconoscere i propri bisogni e desideri, è molto
centrale (rapporti con la figura materna, Lowen). Legato all’assenza
di confini corporei, il rapporto simbiotico e invischiato con la
figura materna, probabilmente induce scissione come meccanismo di
difesa alla confusione. Assenza di integrazione, intesa come unione di
elementi eterogenei in un contesto dotato di senso (ruolo dell’io).
Ruolo dell’arte come rafforzamento dell’io. |
Con
un approccio psico corporeo si può lavorare….
 | Il controllo. La tematica del controllo è centrale
in queste patologie. Nell’anoressia c’è l’assoluta necessità
di controllare il proprio peso che si traduce nelle dinamiche
comportamentali a noi note. La mancanza di integrazione fa sì che a
periodi di assoluto controllo su ciò che si mangia seguitino
abbuffate smodate che si configurano come perdita di controllo, che
induce sensi di colpa. La mancanza di integrazione degli opposti, fame
e sazietà, è alla base delle sensazioni di confusione. Nella bulimia
il comportamento del vomito autoindotto risponde alla medesima
esigenza di controllo rispetto a ciò che viene incorporato ed
espulso. |
 | Confini corporei. La scarsa consapevolezza del
proprio corpo e delle proprie sensazioni si traduce in una scarsa
consapevolezza dei propri confini corporei (test del disegno della
figura umana). Sappiamo che ciò si traduce in una scarsa coscienza
dei confini psicologici (ritorna il tema della confusione) |
 | riuscire a stare nelle situazioni, accettare il
passaggio all’età adulta. Anoressia come fuga dagli obblighi
sociali dell’età adulta |
 |
|
Prevenzione e promozione
della salute
I dati epidemiologici
mostrano che si abbassa l'età in cui si manifesta la malattia. Se fino a
qualche decennio fa era l'adolescenza il periodo critico, ora a esserne
colpite sono anche ragazzine di 8-10 anni; più le femmine dei maschi
(dieci a uno), anche se in aumento pure questi ultimi.
Risulta fondamentale un’opera di prevenzione, un lavoro integrato
famiglia-scuola che passi anche attraverso l’attivazione di reti di
sostegno sul territorio.
Gli psicologi possono ad
esempio attivare dei corsi di educazione alimentare per insegnanti della
scuola dell’infanzia, avendo come obiettivi non solo fornire cognizioni
di base sull’alimentazione e sui disturbi connessi, ma anche promuovere
un collegamento tra la scuola, la famiglia e i servizi operanti nel
settore. Il tutto con l’obiettivo a lungo termine di prevenire eventuali
difficoltà della sfera alimentare.
Prendiamo in
considerazione il progetto “cosa bolle in pentola”, educazione alla
salute alimentare. Questo progetto, promosso da uno psicologo della ASL di
Latina, nasce dal crescente aumento di richieste di consulenza dietologica
presso la struttura territoriale (Centro adolescente della ASL) e dalle
richieste di educazione nutrizionale da parte degli istituti superiori
della città.
Obiettivo principale del progetto è la
valorizzazione del concetto di salute in rapporto alle scelte alimentari e
come tali scelte oggi influiscano sul benessere di domani. Tra gli
obiettivi specifici:
 | informazione sugli aspetti nutrizionali |
 | sensibilizzazione sull’importanza degli aspetti
relazionali, affettivi e corporei del comportamento alimentare |
 | stimolare ad una riflessione critica sul concetto di
“peso ragionevole” sdrammatizzando il confronto con le immagini
proposte dai mass media |
Il progetto era rivolto a
studenti delle classi II e III di istituti secondari di Latina
Sono stati svolti due
incontri per classe, per l’approfondimento dell’informazione
attraverso una interazione dinamica, stimolante una riflessione critica su
semplici aspetti nutrizionali.
Sono stati privilegiati
strumenti ludici, video e lezioni non frontali, collaborando anche con i
professori di materie scientifiche.
Per quanto riguarda i
risultati (dall’analisi degli indicatori pre-test/post-test):
 | incremento delle informazioni conoscenze e critiche
nei confronti di alcuni comportamenti alimentari (alcool, mode
alimentari) |
 | aumento di richieste presso la struttura
territoriale di valutazioni dello stato nutrizionale e problematiche
relative al cibo |
 | “alleanza” tra operatori e studenti durante
l’intervento e successive ricadute in termini di consulenze e
informazioni |
 | valutazione di processo: positiva la percezione di
gradimento |
Come punti di forza di
questo progetto troviamo: l’esperienza e il gioco come modalità di
intervento attivo e partecipativo, una equipe integrata con figure mediche
e psicologiche che ripristina l’unità somato-psichica. Inoltre c’è
uno svincolo dalle modalità obsolete di interventi cattedratici e
l’integrazione con la scuola che ha permesso l’inserimento
dell’intervento nell’iter formativo degli studenti. Gli operatori sul
campo hanno permesso ai ragazzi di accedere più facilmente alle strutture
sul territorio.
Dott. AUSILIO
ROBERTO,
Psicologo della Salute,
Orvieto
cell. 328/4645207