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ANSIA, PANICO E DISTURBO DA ATTACCHI DI PANICO
Il DAP, cioè il
Disturbo da Attacchi di Panico è entrato solo recentemente nell’elenco
delle sindromi psicologiche riconosciute in ambito scientifico.
Gli
attacchi di panico sono definiti nel DSM IV (Manuale Diagnostico e
Statistico dei Disturbi Mentali) come periodi delimitati a insorgenza
improvvisa, di intensa apprensione, paura, o terrore, spesso associati
con sentimenti di morte imminente. Durante questi attacchi vi sono sintomi
come respiro corto o sensazioni di soffocamento; palpitazioni, batticuore,
o tachicardia; dispnea; paura di impazzire o di perdere il controllo. Gli
attacchi di panico possono essere imprevisti (e isolati), e allora
l'insorgenza dell'attacco non risulta associata con un fattore ambientale
di scatenamento, ma si manifesta piuttosto inaspettatamente; correlati
alla situazione, e allora l'attacco di panico quasi invariabilmente si
manifesta immediatamente dopo l'esposizione al o in previsione del fattore
situazionale di scatenamento; sensibili alla situazione, e allora
l'attacco di panico si manifesta più probabilmente dopo l'esposizione a
un fattore situazionale di scatenamento, ma non risulta ad esso
invariabilmente associato.
Il
DSM IV, all’interno dei Disturbi d’ansia, distingue tra Disturbi di
Panico con Agorafobia e Disturbi di Panico senza Agorafobia. (A.P.A.,
1994)
Il
Disturbo di Panico senza Agorafobia è diagnosticato in presenza di
Attacchi di Panico inaspettati ricorrenti, seguiti da uno o più dei
seguenti sintomi:
a)
preoccupazione persistente di avere altri attacchi
b)
preoccupazione a proposito delle implicazioni dell'attacco o delle
sue conseguenze (per es., perdere il controllo, avere un attacco cardiaco,
"impazzire")
c)
significativa alterazione del comportamento correlata agli
attacchi.
Il disturbo da
panico può essere associato ad altri disturbi, come ad esempio:
depressione, ansia sociale, disturbo ossessivo compulsivo,
disturbo da somatizzazione, disturbo da ansia generalizzata,
disturbo post traumatico da stress. Possono naturalmente essere
presenti alcuni tratti di personalità più frequenti di altri o anche
veri disturbi di personalità come quello Evitante, Dipendente, Borderline.
Nel periodo
precedente al primo attacco di panico i pazienti hanno frequentemente
sperimentato un livello di stress elevato, ma accompagnato da un
atteggiamento di minimizzazione rispetto ai problemi contingenti. I
soggetti spesso riferiscono problemi familiari, di lavoro, cambiamenti
importanti nella qualità della vita o nella generale organizzazione
familiare, frustrazioni o relazioni particolarmente impegnative, o altre
situazioni "normalmente" caratterizzate da stress.
I pazienti con attacchi di panico minimizzano questi antecedenti sulla
base di una probabile assunzione personale attinente alla propria
insensibilità o immunizzazione a tali situazioni. Quella che è una
caratteristica antecedente al primo attacco si ribalterà poi per divenire
una attenzione allarmata su ogni sensazione somatica.
In
generale si potrebbe parlare di una conoscenza insufficiente delle
segnalazioni dell’organismo in stato di stress, nelle quali il
soggetto pur presentando livelli di attivazione, ansia, tensione,
iperventilazione elevati, non riorganizza il proprio comportamento in base
ad essi, ma tenta di distrarsi, minimizza il dato e sopravvaluta le
proprie capacità di fronteggiare fisicamente la situazione. In tali
circostanze si manifesta il primo episodio di panico. Questo evento ha due
aspetti rilevanti: un primo aspetto attinente alla circostanza traumatica
di sperimentare uno stato acuto di ansia costruito dal soggetto
come completamente diverso dalle "normali" esperienze finora
sperimentate (aspetto traumatico); il secondo aspetto è relativo alla
acquisizione di una nuova dimensione di conoscenza (avere gli attacchi di
panico, i sintomi specifici, i sentimenti di urgenza).
Questi due elementi costituiscono gli ingredienti della sindrome psicologica
del disturbo. Una volta sperimentato il primo episodio, il soggetto
attiverà una particolare attenzione ai segni precoci e premonitori di un
successivo attacco; in sostanza, il soggetto sarà nuovamente in stato di ansia dovuta
ad una ipervigilanza, e in questo stato attiverà l’atteggiamento
ansioso con i noti correlati fisiologici (tensione prolungata,
iperventilazione, amplificazione delle sensazioni somatiche). Tra il
secondo e i successivi attacchi di panico si sviluppa la sindrome completa
caratterizzata da elevata anticipazione dell’ansia, ricerca attentiva
dei sintomi, iperventilazione, distorsioni cognitive (in particolare
la catastrofizzazione e la selezione attentiva). La natura della sindrome del
disturbo da attacchi di panico è caratterizzata da un preciso circolo
vizioso: l’anticipazione dell’ansia genera ansia - lo stato
di ansia conduce alle sensazioni di panico imminente - i sintomi
vengono interpretati in chiave catastrofica ed estrema - il soggetto ha un
attacco di panico. In pratica ogni stimolo interno o esterno che è
giudicato minaccioso produce lo stato d'ansia e i relativi sintomi
somatici associati che se sono interpretati in maniera catastrofica
producono un ulteriore aumento del livello di ansia intrappolando
l'individuo in un circolo vizioso culminante nell'attacco di panico. (Sanavio,
1994)
2. SINTOMO E CARATTERE:
L’INTEGRAZIONE MENTE-CORPO-EMOZIONI
Occorre tener
presente, nel DAP come in tutte le forme psicopatologiche, che i sintomi
assolvono anche ad una funzione comunicativa. Il DAP, come abbiamo detto,
è un disagio relazionale, “di” relazione e “in” relazione, ciò
significa che alcune manifestazioni sintomatiche si legano ad eventi
sociali agorafobia, fobia sociale, paura della solitudine o della
frequentazione di luoghi solitari) e sul fatto che le stesse
manifestazioni sono così eclatanti, e i portatori le usano in maniera
tale, che sembrano proprio profilarsi come richieste d’aiuto.
Il DAP può essere
letto come disturbo di integrazione tra percezione sensoriale,
cinestesica e vegetativa con la vita emotiva e con la capacità di vivere
ed esprimere le emozioni. A questo proposito è utile ricordare che
esiste una complessa circolarità tra sensazioni corporee, emozioni e
pensieri. In condizioni di benessere esiste una profonda integrazione tra
ciò che percepisco nel mio corpo con ciò che sento a livello emotivo e
con ciò che penso. Anche il mio comportamento sarà integrato con questi
altri livelli e risulterà vitale e autentico. Se, ad esempio, accade un
evento improvviso che provoca una reazione di paura, avremo un pattern
fisiologico specifico (occhi spalancati, blocco del respiro in fase
inspiratoria, spalle che si alzano e si ritraggono, ecc.). A queste
reazioni è accompagnata l’emozione chiara del sentire paura. A livello
cognitivo occorre prendere una decisione rispetto alla scelta
attacco-fuga.
Nel DAP assistiamo ad
una “separazione” degli organi, delle funzioni e delle emozioni.
Le sensazioni di disintegrazione si accompagnano ad impressioni di
impotenza e paura di non poter governare le proprie parti corporee, organi
e sistemi (muscolare, respiratorio, cardiaco).
Sintetizzando possiamo
dire che le persone sofferenti di DAP, pur desiderando e cercando persone
e situazioni in cui potersi abbandonare (rilassare e amare), vivono i
momenti di regressione come pericolosi; hanno difficoltà a “lasciarsi
andare” e hanno disimparato a riconoscere le proprie emozioni e
sensazioni (scotomizzazione).
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La
figura mostra come la coscienza dei processi del corpo è il livello
più profondo e più ampio di coscienza.
Questi processi sono la respirazione ritmica, lo stato vibratorio
della muscolatura, le azioni involontarie, le sensazioni che
scorrono nel corpo.
Al livello corporeo segue il livello delle emozioni e dei
sentimenti, che precede quello dei principi e dei pensieri (livello
cognitivo). L’Io risulta dall’armonica integrazione di questi
livelli, ed è un collante che riesce a riunire e far danzare
fluidamente i livelli.
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LA TERAPIA PSICO-CORPOREA
La felicità è
la consapevolezza della crescita
A. Lowen
Partendo da queste
premesse possiamo dire che il compito dell’Analisi Bioenergetica e della
Terapia Psico-Corporea è proprio quello di permettere al cliente di
recuperare un rapporto sano con la propria fisicità, riscoprendo il
“terreno su cui si regge”, cioè recuperare un rapporto sano e
piacevole con la propria corporeità e le proprie emozioni. Tensioni
croniche si traducono, infatti, in limitazioni della motilità e quindi
dell’espressione di Sè. Molti pazienti non sono consapevoli del fatto
che i loro problemi si manifestano nel corpo, fino al momento in cui ciò
non si permette loro di sperimentare personalmente alcune tecniche ed
esperienze psico-corporee. Una volta che si stabilisce questa
comprensione, diventa possibile lavorare con il paziente in modo
bioenergetico.
Nell’Analisi
Bioenergetica sono considerati fondamentali due elementi: la terra e
l’aria. La terra è l’elemento su cui l’individuo si regge e
rappresenta la figura materna. L’equivalenza fra madre terra e madre
biologica è, infatti, un concetto importante nell’Analisi
Bioenergetica. Il modo in cui un paziente sta in piedi, fornisce molti
indizi riguardo ai suoi rapporti con la madre. Un’insicurezza nel
rapporto materno si traduce in un’insicurezza a reggersi sulle proprie
gambe e quindi ad affrontare la vita.
L’altro elemento
importante è il rapporto con l’aria e quindi con il respiro. Respirare
è un gesto attivo, aggressivo. Il modo in cui respiriamo afferma la
nostra volontà a prendere ciò che ci spetta e ci serve ed è
identificabile con il principio maschile, associabile quindi al rapporto
del paziente con il padre. In merito a ciò, l’utilizzo della voce è un
potente strumento terapeutico. L’ampiezza e l’intensità della voce
trasmettono la misura della personalità.
Sintetizzando, diciamo che la terapia Psico-corporea si muove lungo
quattro linee:
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Comprensione delle dinamiche
corporee
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Analisi delle associazioni, del
comportamento e del transfert
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Comprensione delle dinamiche
energetiche
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Ruolo della sessualità
Ogni
individuo è costruito e si costruisce in base alla propria storia
personale che deve essere scoperta per liberare la tensione. Al fine di
liberare il flusso dei sentimenti è necessario rimuovere le tensioni.
Questo avviene grazie alle tecniche corporee, utili tra l’altro laddove
quelle verbali si dimostrano inefficaci. Ogni contrazione blocca un flusso
di eccitazione ed in questo blocco è sempre coinvolto il dolore. Scopo
della contrazione è diminuire il dolore rendendo la persona insensibile.
L’area diviene in altre parole morta. La risoluzione di queste tensioni
provoca dapprima l’emergere del dolore a lungo negato ma, dopo il
rilassamento, è vissuto come piacere. Solo attraverso il dolore è
possibile conseguire un cambiamento caratterologico.
Nella terapia Psico-corporea il processo di guarigione attraversa tre
stadi.
Durante il primo stadio il paziente prende consapevolezza delle proprie
tensioni, come per esempio la mascella serrata o le spalle tese. Ogni
tensione muscolare cronica rappresenta un’inibizione ad esprimere
determinati sentimenti ed è quindi la controparte fisica
dell’inibizione psicologica. Proprio perché le tensioni non sono
fenomeni isolati ma intercorrelate a formare il carattere, il paziente
arriva ad esserne consapevole in relazione al proprio comportamento.
Nel secondo stadio il paziente affronta l’iter storico attraverso cui si
è formata l’inibizione. Il “perché” di una tensione non è però
mai limitato alla tensione stessa ma riconduce sempre al “perché”
dell’intera struttura.
Infine
gli impulsi bloccati devono trovare espressione nel movimento. Mettere in
azione gli impulsi precedentemente bloccati può essere distruttivo per la
personalità e per questo la Bioenergetica ci viene in aiuto offrendo un
setting adeguato a controllare questi impulsi. Colpire un materasso o
urlare la propria rabbia o dolore sono tecniche eccellenti per liberare in
modo sano emozioni represse.
Un indubbio vantaggio dell’Analisi Bioenergetica è quello di
“coinvolgere” attivamente il paziente nell’aiutare se stesso. Il
paziente è stimolato ad essere soggetto attivo nel cambiamento attraverso
esercizi da condurre a casa i quali, oltre ad affiancare la consapevolezza
corporea a quella intellettuale, aiutano il paziente a sviluppare una
responsabilità per il proprio benessere fisico ed emozionale.
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Divenire
consapevoli delle proprie emozioni significa, nel percorso
Psico-Corporeo, imparare ad ascoltare il proprio corpo ed integrare
il livello corporeo con quello emotivo e cognitivo. Lungi
dall’essere solamente una scarica catartica, gli esercizi
espressivi sono utili per imparare a gestire le emozioni in maniera
costruttiva, e non distruttiva. Tali esercizi vanno eseguiti
(soprattutto inizialmente) sotto la supervisione di un terapeuta, in
maniera da coglierne in pieno le potenzialità e le molte
sfaccettature. Percuotere un materasso è un esercizio utilissimo
per entrare in contatto con la propria rabbia, le nostre modalità
di espressione, i blocchi corporei ed emotivi, e per integrare
armoniosamente nel carattere le componenti aggressive.
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LA TERAPIA PSICO-CORPOREA DEI DAP
Compito della terapia
Psico-Corporea per la risoluzione dei DAP è integrare corpo e mente,
favorire la disamina psicologica dei vissuti emotivi e sensoriali, per
mezzo della verbalizzazione, e infine restituire al paziente la possibilità
di vivere in maniera piena e piacevole.
Dato che nel DAP siamo
in presenza di sensazioni di
disintegrazione che si accompagnano ad impressioni di impotenza e paura di
non poter governare le proprie parti corporee, organi e sistemi
(muscolare, respiratorio, cardiaco), cerchiamo di favorire innanzitutto
una conoscenza più approfondita del sé corporeo, restituendo al paziente
le sensazioni piacevoli e positive del corpo.
E’ possibile fare ciò
lavorando congiuntamente su respirazione, postura, esercizi espressivi,
grounding. Il percorso terapeutico non è mai prestabilito a priori,
piuttosto si adatta alla singola persona e prende in considerazione le sue
caratteristiche specifiche, la sua storia personale e la sua struttura
caratteriale.
La terapia
psico-corporea si prefigge di: a) ridare agli elementi che compongono
l’“Io” il senso aggregante (collante), b) riprendere contatto con la
capacità di coordinarsi e di integrarsi psicofisicamente (riavere fiducia
in sé); c) imparare a riconoscere le emozioni e legarle alle sensazioni.
Per l'approccio
corporeo un atteggiamento terapeutico che tenga conto di questi elementi
può essere quello di: 1) considerare il corpo e la psiche un’unica
cosa, 2) considerare l’organismo composto da organi e sistemi 3) provare
ad indurre la parte cosciente, quella che a volte è definita Io-corpo e
che è un’istanza tra lo psichico e il corporeo (Ruggieri, 2001), a
prendere contatto gradatamente con queste parti, che sono sia psicologiche
(mentali), sia fisico/corporee, sia emozionali e 4) integrare queste parti
promuovendo e alimentando la fiducia, con graduali esperienze di
equilibrio ed integrazione.
Nell’osservare una
persona fortemente in ansia o in stato di panico, capita di restare
colpiti da alcune cose in particolare: per esempio dalla difficoltà
respiratoria, dal soffocamento, dalla tachicardia, “perdita” degli
occhi, “perdita” delle gambe, sudorazione più o meno profusa, ecc.
La perdita degli
organi, ovviamente, è da intendersi come sensazione soggettiva di non
essere più padroni dei propri organi. È come se all'improvviso questi si
rivelassero posseduti di vita autonoma e fossero separati dall'Io.
L'impressione del soggetto è quella di vivere una spoliazione: non ha più
il controllo delle parti che lo compongono.
Con
una persona che va in apnea quando è in ansia, decidiamo di occuparci
della funzione respiratoria. Una volta indagata nei suoi aspetti somatici
e psichici (a livello toracico, addominale e diaframmatico) procediamo
alla sua rieducazione. Allo stesso modo ci orientiamo per l'organo della
vista (gli occhi). Prima indaghiamo tutti i movimenti e poi stimoliamo
l'utilizzo di tutte le funzioni, fino ad arrivare ad una performance
complessiva. Dopo di ciò si può procedere con esercizi che “legano”
il movimento degli occhi a quello respiratorio.
Il respiro è
l’elemento fondamentale della nostra vita. Oltre ad essere il primo e
ultimo atto della vita, sovrintende ai singoli movimenti, alla loro
successiva integrazione e all'integrazione delle funzioni di tutto
l’organismo. Il “congelamento” del carattere nel nostro corpo
avviene tramite la forma che il nostro respiro assume (si provi a pensare
al trattenere il respiro dei bambini quando hanno paura) e dato che il
carattere si lega al controllo, e il problema del controllo nel DAP è uno
dei problemi principali (Ciardiello, ib.), in questo disturbo la funzione
respiratoria è anche la prima ad essere compromessa. Potremo avere una
costrizione alla gola, un blocco toracico o diaframmatico con sensazione
di “pressioni” sullo sterno; si possono avvertire dolori intercostali
o sensazioni di “buchi” all’altezza dello stomaco; le spalle si
possono “chiudere” in avanti per impedire alle costole di ampliarsi. I
muscoli dorsali si possono contrarre e quelli del collo irrigidirsi. Il
bacino si può bloccare arrivando anche a compromettere una corretta
deambulazione. Insomma, riassumendo, possiamo dire che si respira con
tutto il corpo e che siamo anche il modo in cui respiriamo. Per questo, se
proponiamo una rieducazione funzionale, di qualunque parte del nostro
organismo, dobbiamo farlo contemporaneamente a quella respiratoria.
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La
respirazione è un elemento essenziale per l’equilibrio energetico
dell’organismo ed è assolutamente collegata ai nostri vissuti
emotivi (si pensi alla respirazione nella paura, nella rabbia, ecc).
Una respirazione superficiale impedisce di sentire il proprio corpo,
e svolge inconsciamente una funzione di difesa per l’organismo.
Allo stesso tempo, quando si inizia a lavorare per approfondire la
respirazione, emergono i vissuti e le emozioni che erano tenute a
freno. E’ facile che si verifichi il pianto, e in questo caso la
persona viene invitata a lasciarsi andare ad esso per piangere
profondamente nell’addome. Questo sblocco ha una funzione benefica
per la profondità e la qualità della respirazione.
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Il paziente
può re-imparare a respirare in maniera profonda e coinvolgendo
tutto il corpo. In particolare la figura mostra un utile esercizio
di respirazione, la cui facilità di esecuzione è proporzionale al
livello di libertà dalla tensioni muscolari nel corpo. Durante
l’inspirazione la pelvi viene indietro, favorendo la respirazione
addominale e l’apertura della pancia, la gola viene indietro
mentre la testa si sposta in avanti. Nell’espirazione avviene il
contrario: la pelvi viene in avanti, così come la gola, mentre la
testa viene indietro. Questa sequenza era chiamata da Reich
“riflesso orgasmico”, perché è naturale che si verifichi
spontaneamente in un organismo libero da tensioni e blocchi emotivi,
e allo stesso tempo rende possibile lasciarsi andare alle sensazioni
piacevoli del corpo.
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Abbiamo detto che
negli attacchi di panico anche le gambe vengono meno e si perde la
capacità di tenere una tensione isometrica tale da governare tutte le
funzioni. Gli arti inferiori hanno in bioenergetica una funzione
importantissima: ci sostengono contro l’attrazione gravitazionale
(stress), Ci permettono di spostarci nello spazio; con esse camminiamo ma
anche calciamo, corriamo, sentiamo la terra, sosteniamo il corpo e, con i
piedi, siamo anche capaci di tatto.
In terapia sappiamo
che ogni movimento, piccolo che sia, è già un movimento complessivo e
che, nella sua esecuzione, coinvolge l'intero organismo. Perciò i
riflessi comportamentali che impediscono il movimento fluido e coerente,
vanno cercati ed indagati anche in altre parti del corpo che possono
essere vicine o lontane dall'organo implicato.
È come se i nostri
ricordi fossero conservati in scrigni muscolari le cui chiavi sono celate
in alcuni dettagli dei movimenti complessivi.
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L’esercizio
del bend-over ha la funzione di migliorare il proprio grounding,
cioè il radicamento a terra e nella realtà del corpo. Questa
posizione, se eseguita correttamente e congiunta alla respirazione
addominale, provoca delle vibrazioni involontarie nelle gambe. La
qualità e l’intensità delle vibrazioni è strettamente connessa
alla capacità di “arrendersi al corpo”, cioè avere fiducia in
se stessi e reggere l’eccitazione.
Il
bend-over non è semplicemente un esercizio, ma rappresenta la
possibilità di “scendere” nel corpo e scoprire molti aspetti
del proprio carattere e del proprio modo di gestire le sensazioni e
le emozioni.
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La
posizione dell’arco è complementare alla posizione del
bend-over. Questo esercizio è utilizzato in bioenergetica anche a
livello diagnostico: dalla posizione assunta dal corpo in questa
posizione il terapeuta è già in grado di comprendere molti aspetti
legati alla struttura caratteriale. E’ importante,
nell’esecuzione, continuare
a percepire piedi e gambe, mantenere la pancia morbida e respirare
anche nell’addome. In questa posizione, così come nella
precedente, è possibile percepire le vibrazioni involontarie delle
gambe e del bacino, indice di una buona fluidità energetica nel
corpo. In generale possiamo dire che questa posizione è benefica
sia per il grounding e le gambe, che per la flessibilizzazione della
schiena e il miglioramento della funzione respiratoria.
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Abbiamo
detto che chi soffre di DAP sta combattendo una dura lotta contro le
emozioni, che tendono a relegarsi in qualche parte buia e inaccessibile
della personalità. Più cresce la sfiducia, più queste emozioni
diventano pericolose. Se le emozioni non sono riconosciute, o vengono
negate, aumenta la loro carica energetica, il loro valore, e sono soggette
al rischio d’esplodere. È l’esplosione l'evento che maggiormente
spaventa coloro che soffrono di DAP. Dentro loro stessi vivono già
l'esito di una “deflagrazione arcaica fantasticata”, e per questo sono
costantemente impegnati a tenersi insieme, fino ad esaurirsi e implodere.
Alla fine, piuttosto che esplodere, si sceglie la destrutturazione che
almeno salva le relazioni e non compromette la dipendenza.
Ecco perché nella
terapia psico-corporea è importante che la persona venga in contatto con
le proprie paure inconscie, che si traducono in tensioni muscolari
profonde e spesso inconsapevoli. La paura più comune e universale è la
paura di cadere, che denota una difficoltà a reggersi sulle proprie
gambe, cioè a sentirsi un adulto responsabile. La paura di cadere è
associata strettamente alla paura di perdere il controllo, di impazzire e
perdere se stessi, e abbiamo visto come tale tematica sia importante nei
DAP. Il paziente, lavorando su grounding e respirazione, cominica a
contattare questi nuclei di paura inconscia anche grazie ad alcune
esperienze psico-corporee, opportunamente discusse con il terapeuta e
integrate a livello emotivo e caratteriale grazie al colloquio.
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La paura di
cadere è una tematica fondamentale anche nei disturbi di panico. In
questo esercizio di caduta, la persona, partendo dal bend-over,
sposta tutto il peso su una gamba, flettendo il ginocchio fino ad
una ventina di centimetri dal suolo. In questa posizione di stress
per la gamba, si cerca di resistere, ma è impossibile rimanere per
troppo tempo. Dopo un po’ occorre cadere, e ciò aiuta a sentire
cosa rappresenta per noi la perdita del controllo. Inoltre la
persona ha la possibilità di sentire che la caduta, che prima era
considerata terrificante, può anche essere piacevole, costituendo
una resa al corpo, indispensabile per provare piacere.
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Questo
esercizio rappresenta una variante del precedente. A differenza del
primo, la gamba sulla quale si poggia il peso viene raddrizzata,
mentre le mani sono poggiate per terra. E’ utile utilizzare una
coperta o un materasso per cadere in avanti quando lo sforzo diviene
eccessivo. Anche in questo caso l’esercizio ci mette in contatto
con la nostra specifica modalità di gestione dell’emozione della
paura. Sforzarsi strenuamente per non cadere denota la difficoltà
di lasciarsi andare, mentre cadere immediatamente può essere un
indice della difficoltà a reggere l’eccitazione. L’esercizio in
questione è utile per il rafforzamento degli arti inferiori, per il
grounding e per acquisire fiducia in se stessi.
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Per quanto riguarda
gli occhi, la sensazione che si verifica negli attacchi di panico
è che “Io” non sono più presente negli occhi che, in tal modo, non
sono più capaci di soffermarsi sugli oggetti esterni e svolgere la
funzione del vedere e del guardare. Gli occhi hanno importanti funzioni
espressive, tanto da essere considerati “lo specchio dell’anima”. In
effetti negli occhi e nella qualità dello sguardo si manifestano tutti i
processi corporei ed emotivi.
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La
figura mostra le due vie seguite dal flusso di energia verso gli
occhi. Una corre lungo la parte frontale del corpo, dal cuore
attraverso la gola e il viso, fino agli occhi. Il sentimento
associato a questo flusso è il desiderio di contatto, che dà vita
ad uno sguardo dolce, supplichevole. La seconda corre lungo la
schiena e sale, passando per la sommità del capo, fino alla fronte
e agli occhi. Questo flusso dà allo sguardo una componente
aggressiva. Nello sguardo normale le due componenti sono entrambe
presenti e bilanciate, dato che per un buon contatto oculare sono
necessarie entrambe.
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Nell’emozione
della paura gli occhi svolgono un ruolo molto importante da un punto di
vista espressivo ed adattivo. Mentre nell’emozione passeggera il pattern
mimico-facciale è di breve durata, quando un’emozione diviene inconscia
diviene uno sfondo silenzioso non più consapevole alla coscienza, ma che
comunque si traduce a livello corporeo in tensioni croniche che
impediscono il libero fluire dell’energia e delle sensazioni.
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La
figura illustra il ritrarsi dell’energia dagli occhi, causato
dalla paura. La componente aggressiva viene ritratta lungo il
suo circuito, le sopracciglia si sollevano e gli occhi si
spalancano. Quando viene ritirata la componente tenera, la mascella
cade e la bocca si spalanca. Se la paura si cronicizza nel corpo,
l’energia viene incatenata nell’anello di tensione attorno alla
base del capo. Parte dello sforzo è costituita dalla necessità di
irrigidire la mascella per superare la sensazione di spavento
(“non mi lascerò spaventare!”)
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Il
“coperchio” di tensione alla base della testa esprime il bisogno
di mantenere il controllo delle proprie emozioni e sentimenti. E’
l’equivalente somatico del comandamento psicologico “non perdere
la testa”, cioè “non lasciarti mai sfuggire il controllo dei
tuoi sentimenti” . Se mettiamo un coperchio alla nostra
aggressività, si crea una pressione contro di esso, che può dare
origine ad una cefalea. Il coperchio della testa è collegato al
blocco del bacino, che impedisce il flusso delle sensazioni
sessuali.
L’energia
si ritrae e si comprime e possiamo parlare di un effetto “pentola
a pressione”. L’attacco di panico può essere considerato
l’esplosione della pentola a pressione, una rottura improvvisa del
contenimento delle sensazioni e delle emozioni.
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Se
una persona chiude gli occhi probabilmente ha fiducia in chi la sostiene;
ma restare con gli occhi aperti e morbidi, non allarmati, vuole dire che
ha fiducia in sé stesso, nella propria capacità di relazionarsi e nella
propria autonomia. Ha coraggio e guarda le cose in faccia. Questa è la
funzione finale da perseguire, però solo dopo essere passati per
l'acquisizione della capacità di abbandonarsi, regredire e dipendere
senza timori. Ottenuto l'abbandono si cercano i modi, diversi per ognuno,
per raggiungere una respirazione completa che coinvolga tutte le parti:
addome, diaframma, petto, spalle, bacino e gambe. Quando la persona è
giunta a sentire il respiro fluido, che “quasi come un’onda lo
attraversa tutto”, si può proporre di aprire gli occhi conservando il
modo di respirare acquisito e contattando la realtà circostante
(appoggiare gli occhi sugli oggetti e/o sulle persone). Il passaggio
successivo è l’aggiunta e l’integrazione della deambulazione.
Come
abbiamo avuto modo di vedere in questa disamina delle tematiche
psico-corporee legate ai DAP, durante il lavoro occorre tener conto
dell’unità funzionale corpo-mente: Sappiamo che lavorando
“semplicemente” sulla respirazione, è tutto il corpo ad essere
profondamente coinvolto. Non solo, ma anche le emozioni possono essere
contattate agevolmente a partire da un esercizio corporeo, così come è
facile per la persona divenire consapevole di quelli che sono i blocchi
muscolari strutturati nella corazza caratteriale. In altri termini mente e
corpo costituiscono due facce della stessa medaglia e agire sull’uno in
maniera consapevole significa anche agire sull’altro.
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Prevenire i Disturbo da Attacchi di Panico e
promuovere la salute
Come abbiamo detto, la
terapia psico-corporea è molto utile per la risoluzione dei Disturbi di
Panico, ed essa non può essere sostituita da altri mezzi che possono
sembrare più veloci (farmaci, prodotti erboristici, ecc.). In alcuni casi
è lo psicologo a consigliare l’abbinamento con altri mezzi, ma occorre
ricordare che anche gli esercizi che presentiamo hanno valore terapeutico
solo se inseriti all’interno di una cornice idonea, che è quella del
rapporto psicologo-cliente, in cui la relazione e la competenza del
professionista costituiscono i fattori più importanti per la riuscita del
percorso.
Ciò nonostante, è
possibile inserire nella propria quotidianità degli spazi per il lavoro
psico-corporeo, in maniera da prevenire l’insorgenza di molti disturbi
(tra cui il DAP) e soprattutto promuovere la salute individuale, iniziando
un affascinante percorso di auto-conoscenza che ci aiuta a vivere più
pienamente la nostra vita.
Come psicologi ad
approccio umanistico crediamo profondamente che ogni persona, se
opportunamente indirizzata, possiede già le chiavi per il proprio
benessere e per realizzare pienamente in proprio potenziale vitale. Il
compito di accompagnare alla scoperta della propria individualità è
delicato e richiede amore e professionalità.
Consigliamo di
eseguire gli esercizi che presentiamo in maniera consapevole. Ciò vuol
dire innanzitutto riuscire a prestare attenzione al proprio modo di
respirare, sentire quali muscoli sono più tesi e quali più rilassati, e
accettare il nostro corpo così com’è, rispettando i nostri limiti e
ricordando che i tempi del corpo sono diversi dai tempi della mente.
Mentre la nostra mente è una lepre, il corpo è una tartaruga: i
cambiamenti sono necessariamente lenti, ma anche più duraturi e stabili.
Abbiate fiducia del
corpo!
Esso non mente, perché
non è in grado di mentire, e subito ci porta alla nostra verità più
intima. A volte le scoperte che si fanno in questo percorso possono
spaventarci e possiamo essere portati a lasciar perdere: accettiamo anche
questo, in effetti è più semplice continuare a sonnecchiare rispetto
alla scelta di aprire gli occhi e vedere la realtà. Se manteniamo questa
attitudine rispettosa e amorevole nei nostri confronti, allora il corpo
diventa un amico prezioso, in grado di aiutarci e orientare le nostre
scelte. Cominceremo a sentirci più integrati, più vitali e allo stesso
tempo più rilassati, e anche i pensieri smetteranno di assumere una
sfumatura tirannica per divenire più puliti e liberi.
Nell’esecuzione
degli esercizi possiamo abbandonare con il tempo la necessità di
“fare” qualcosa, e spostare la nostra attenzione sul “sentire”. La
velocità è nemica del sentire, quindi prendiamo tutto il tempo che ci
occorre, ritagliamo uno spazio e un tempo in cui siamo tranquilli e
indisturbati dall’esterno (cellulari, tv, ecc.).
L’ideale è una
stanza ampia e con pochi oggetti, con pavimento in legno oppure un tappeto
su cui poter stare scalzi. Musica rilassante, se vogliamo possiamo
bruciare dell’incenso, ecc. E’ il nostro spazio ed è giusto
considerarlo sacro.
Durante tutti gli
esercizi espressivi occorre ricordare tre piccole regole:
1.
Le ginocchia sono sempre leggermente flesse e mai rigide ed
estroflesse. Ciò serve per sentire il grounding, scaricare il peso a
terra evitando di gravare sulla zona lombare
-
La pancia è morbida, possiamo
tenerla tranquillamente in fuori, in maniera da favorire la
respirazione diaframmatica
-
La bocca è leggermente aperta, in
maniera da favorire la respirazione e lasciare che si allentino le
tensioni dell’articolazione temporo-mandibolare.
Vogliamo ricordare un
elemento semplicissimo, ma che spesso dimentichiamo: noi tendiamo per
natura a fare le cose che ci piacciono e ci fanno stare bene, mentre
naturalmente tendiamo a interrompere le attività che ci risultano
sgradevoli e dannose. Quindi cerchiamo in tutti i modi di rendere
l’esecuzione degli esercizi assolutamente piacevole. Se oggi il mio
limite è qui, va benissimo, lo accetto, mi fermo e respiro.
Nell’esecuzione
degli esercizi è importante rimanere in contatto con le sensazioni del
corpo, ma anche con le emozioni che affiorano nel lavoro (paura, rabbia,
gioia, tristezza, ecc). Infine occorre essere consapevoli dei propri
pensieri legati alle emozioni. Può essere utile, ad esempio, compilare
una sorta di diario dei propri vissuti legati agli esercizi, in modo da
divenire consapevoli dei tre livelli: sensazioni del corpo, emozioni,
cognizione.
Oltre ai diversi
esercizi menzionati, possiamo dire che una volta acquisiti degli elementi
trasversali di ascolto e consapevolezza, possiamo utilizzare la nostra
creatività in maniera costruttiva, inventando nuovi esercizi e posizioni.
L’importante, appunto, è riuscire a respirare e rilassarsi nello
sforzo, ascoltando e rispettando i nostri limiti. Ad esempio, rispetto
agli occhi si può pensare ad esercizi di concentrazione oculare. Per
esempio guardare fisso in un punto vicino a noi, per alcuni secondi e poi
minuti, per poi spostare lo sguardo più lontano. O ancora, poggiare i
palmi delle mani sugli occhi in maniera da rilassarli respirando, ecc.
Allo stesso modo, per il controllo delle gambe e piedi si può usare
l'esercizio del camminare ponendo attenzione all'appoggio delle parti dei
piedi (tallone, pianta, punta, parte esterna e interna). Mentre si
svolgono queste attività non bisogna mai dimenticare l'attenzione al
respiro e ricordare sempre che non si tratta di esercizi meccanici, ma
espressivi, cioè prestare attenzione ai vissuti e alle emozioni.
La pratica costante
degli esercizi, soprattutto se svolta in gruppo (classi di esercizi
bioenergetici) o in consulenza individuale sotto la supervisione di uno
psicologo ad approccio corporeo, costituisce un affascinante percorso di
crescita, consapevolezza, benessere e amore per noi stessi e per la vita.
dott. Roberto
Ausilio
Si riceve per appuntamento ad Orvieto:
cell. 328/4645207
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paradigma nel panorama della salute umana, ne “L’Arco di Giano”
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Cortina Editore, Roma, 2001.
http://www.ausilio.org
http:// www.siab-online.it
http://www.iifab.org
http://www.bioenergeticaonline.it
e-mail: roberto@ausilio.org
web: www.centromandala.info
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