ANSIA E ATTACCHI DI PANICO   
Centro Mandala per il Benessere Psico-Corporeo - Psicologia e psicoterapia
dott. Roberto Ausilio , Psicologo. Per appuntamenti: 328/4645207

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ANSIA E ATTACCHI DI PANICO, COME SUPERARLI ?


LA TERAPIA PSICO-CORPOREA 

dott. Ausilio Roberto

Per appuntamenti: 
dott. Ausilio, Psicologo
328/4645207

  1. ANSIA, PANICO E DISTURBO DA ATTACCHI DI PANICO

Il DAP, cioè il Disturbo da Attacchi di Panico è entrato solo recentemente nell’elenco delle sindromi psicologiche riconosciute in ambito scientifico.

Gli attacchi di panico sono definiti nel DSM IV (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) come periodi delimitati a insorgenza improvvisa, di intensa apprensione, paura, o terrore, spesso associati con sentimenti di morte imminente. Durante questi attacchi vi sono sintomi come respiro corto o sensazioni di soffocamento; palpitazioni, batticuore, o tachicardia; dispnea; paura di impazzire o di perdere il controllo. Gli attacchi di panico possono essere imprevisti (e isolati), e allora l'insorgenza dell'attacco non risulta associata con un fattore ambientale di scatenamento, ma si manifesta piuttosto inaspettatamente; correlati alla situazione, e allora l'attacco di panico quasi invariabilmente si manifesta immediatamente dopo l'esposizione al o in previsione del fattore situazionale di scatenamento; sensibili alla situazione, e allora l'attacco di panico si manifesta più probabilmente dopo l'esposizione a un fattore situazionale di scatenamento, ma non risulta ad esso invariabilmente associato.

Il DSM IV, all’interno dei Disturbi d’ansia, distingue tra Disturbi di Panico con Agorafobia e Disturbi di Panico senza Agorafobia. (A.P.A., 1994)

Il Disturbo di Panico senza Agorafobia è diagnosticato in presenza di Attacchi di Panico inaspettati ricorrenti, seguiti da uno o più dei seguenti sintomi:

a)         preoccupazione persistente di avere altri attacchi

b)         preoccupazione a proposito delle implicazioni dell'attacco o delle sue conseguenze (per es., perdere il controllo, avere un attacco cardiaco, "impazzire")

c)         significativa alterazione del comportamento correlata agli attacchi.

Il disturbo da panico può essere associato ad altri disturbi, come ad esempio: depressione, ansia sociale, disturbo ossessivo compulsivo, disturbo da somatizzazione, disturbo da ansia generalizzata, disturbo post traumatico da stress. Possono naturalmente essere presenti alcuni tratti di personalità più frequenti di altri o anche veri disturbi di personalità come quello Evitante, Dipendente, Borderline.

Nel periodo precedente al primo attacco di panico i pazienti hanno frequentemente sperimentato un livello di stress elevato, ma accompagnato da un atteggiamento di minimizzazione rispetto ai problemi contingenti. I soggetti spesso riferiscono problemi familiari, di lavoro, cambiamenti importanti nella qualità della vita o nella generale organizzazione familiare, frustrazioni o relazioni particolarmente impegnative, o altre situazioni "normalmente" caratterizzate da stress.
I pazienti con attacchi di panico minimizzano questi antecedenti sulla base di una probabile assunzione personale attinente alla propria insensibilità o immunizzazione a tali situazioni. Quella che è una caratteristica antecedente al primo attacco si ribalterà poi per divenire una attenzione allarmata su ogni sensazione somatica.

In generale si potrebbe parlare di una conoscenza insufficiente delle segnalazioni dell’organismo in stato di stress, nelle quali il soggetto pur presentando livelli di attivazione, ansia, tensione, iperventilazione elevati, non riorganizza il proprio comportamento in base ad essi, ma tenta di distrarsi, minimizza il dato e sopravvaluta le proprie capacità di fronteggiare fisicamente la situazione. In tali circostanze si manifesta il primo episodio di panico. Questo evento ha due aspetti rilevanti: un primo aspetto attinente alla circostanza traumatica di sperimentare uno stato acuto di ansia costruito dal soggetto come completamente diverso dalle "normali" esperienze finora sperimentate (aspetto traumatico); il secondo aspetto è relativo alla acquisizione di una nuova dimensione di conoscenza (avere gli attacchi di panico, i sintomi specifici, i sentimenti di urgenza).
Questi due elementi costituiscono gli ingredienti della sindrome psicologica del disturbo. Una volta sperimentato il primo episodio, il soggetto attiverà una particolare attenzione ai segni precoci e premonitori di un successivo attacco; in sostanza, il soggetto sarà nuovamente in stato di ansia dovuta ad una ipervigilanza, e in questo stato attiverà l’atteggiamento ansioso con i noti correlati fisiologici (tensione prolungata, iperventilazione, amplificazione delle sensazioni somatiche). Tra il secondo e i successivi attacchi di panico si sviluppa la sindrome completa caratterizzata da elevata anticipazione dell’ansia, ricerca attentiva dei sintomi, iperventilazione, distorsioni cognitive (in particolare la catastrofizzazione e la selezione attentiva). La natura della sindrome del disturbo da attacchi di panico è caratterizzata da un preciso circolo vizioso: l’anticipazione dell’ansia genera ansia - lo stato di ansia conduce alle sensazioni di panico imminente - i sintomi vengono interpretati in chiave catastrofica ed estrema - il soggetto ha un attacco di panico. In pratica ogni stimolo interno o esterno che è giudicato minaccioso produce lo stato d'ansia e i relativi sintomi somatici associati che se sono interpretati in maniera catastrofica producono un ulteriore aumento del livello di ansia intrappolando l'individuo in un circolo vizioso culminante nell'attacco di panico. (Sanavio, 1994)

 

2. SINTOMO E CARATTERE: L’INTEGRAZIONE MENTE-CORPO-EMOZIONI

Occorre tener presente, nel DAP come in tutte le forme psicopatologiche, che i sintomi assolvono anche ad una funzione comunicativa. Il DAP, come abbiamo detto, è un disagio relazionale, “di” relazione e “in” relazione, ciò significa che alcune manifestazioni sintomatiche si legano ad eventi sociali agorafobia, fobia sociale, paura della solitudine o della frequentazione di luoghi solitari) e sul fatto che le stesse manifestazioni sono così eclatanti, e i portatori le usano in maniera tale, che sembrano proprio profilarsi come richieste d’aiuto.

Il DAP può essere letto come disturbo di integrazione tra percezione sensoriale, cinestesica e vegetativa con la vita emotiva e con la capacità di vivere ed esprimere le emozioni. A questo proposito è utile ricordare che esiste una complessa circolarità tra sensazioni corporee, emozioni e pensieri. In condizioni di benessere esiste una profonda integrazione tra ciò che percepisco nel mio corpo con ciò che sento a livello emotivo e con ciò che penso. Anche il mio comportamento sarà integrato con questi altri livelli e risulterà vitale e autentico. Se, ad esempio, accade un evento improvviso che provoca una reazione di paura, avremo un pattern fisiologico specifico (occhi spalancati, blocco del respiro in fase inspiratoria, spalle che si alzano e si ritraggono, ecc.). A queste reazioni è accompagnata l’emozione chiara del sentire paura. A livello cognitivo occorre prendere una decisione rispetto alla scelta attacco-fuga.

Nel DAP assistiamo ad una “separazione” degli organi, delle funzioni e delle emozioni. Le sensazioni di disintegrazione si accompagnano ad impressioni di impotenza e paura di non poter governare le proprie parti corporee, organi e sistemi (muscolare, respiratorio, cardiaco).

Sintetizzando possiamo dire che le persone sofferenti di DAP, pur desiderando e cercando persone e situazioni in cui potersi abbandonare (rilassare e amare), vivono i momenti di regressione come pericolosi; hanno difficoltà a “lasciarsi andare” e hanno disimparato a riconoscere le proprie emozioni e sensazioni (scotomizzazione).

 

 

 

La figura mostra come la coscienza dei processi del corpo è il livello più profondo e più ampio di coscienza.
Questi processi sono la respirazione ritmica, lo stato vibratorio della muscolatura, le azioni involontarie, le sensazioni che scorrono nel corpo.
Al livello corporeo segue il livello delle emozioni e dei sentimenti, che precede quello dei principi e dei pensieri (livello cognitivo). L’Io risulta dall’armonica integrazione di questi livelli, ed è un collante che riesce a riunire e far danzare fluidamente i livelli.

 

  1. LA TERAPIA PSICO-CORPOREA

La felicità è la consapevolezza della crescita
A. Lowen

 

Partendo da queste premesse possiamo dire che il compito dell’Analisi Bioenergetica e della Terapia Psico-Corporea è proprio quello di permettere al cliente di recuperare un rapporto sano con la propria fisicità, riscoprendo il “terreno su cui si regge”, cioè recuperare un rapporto sano e piacevole con la propria corporeità e le proprie emozioni. Tensioni croniche si traducono, infatti, in limitazioni della motilità e quindi dell’espressione di Sè. Molti pazienti non sono consapevoli del fatto che i loro problemi si manifestano nel corpo, fino al momento in cui ciò non si permette loro di sperimentare personalmente alcune tecniche ed esperienze psico-corporee. Una volta che si stabilisce questa comprensione, diventa possibile lavorare con il paziente in modo bioenergetico.

Nell’Analisi Bioenergetica sono considerati fondamentali due elementi: la terra e l’aria. La terra è l’elemento su cui l’individuo si regge e rappresenta la figura materna. L’equivalenza fra madre terra e madre biologica è, infatti, un concetto importante nell’Analisi Bioenergetica. Il modo in cui un paziente sta in piedi, fornisce molti indizi riguardo ai suoi rapporti con la madre. Un’insicurezza nel rapporto materno si traduce in un’insicurezza a reggersi sulle proprie gambe e quindi ad affrontare la vita.

L’altro elemento importante è il rapporto con l’aria e quindi con il respiro. Respirare è un gesto attivo, aggressivo. Il modo in cui respiriamo afferma la nostra volontà a prendere ciò che ci spetta e ci serve ed è identificabile con il principio maschile, associabile quindi al rapporto del paziente con il padre. In merito a ciò, l’utilizzo della voce è un potente strumento terapeutico. L’ampiezza e l’intensità della voce trasmettono la misura della personalità.
Sintetizzando, diciamo che la terapia Psico-corporea si muove lungo quattro linee:

  1. Comprensione delle dinamiche corporee

  2. Analisi delle associazioni, del comportamento e del transfert

  3. Comprensione delle dinamiche energetiche

  4. Ruolo della sessualità

Ogni individuo è costruito e si costruisce in base alla propria storia personale che deve essere scoperta per liberare la tensione. Al fine di liberare il flusso dei sentimenti è necessario rimuovere le tensioni. Questo avviene grazie alle tecniche corporee, utili tra l’altro laddove quelle verbali si dimostrano inefficaci. Ogni contrazione blocca un flusso di eccitazione ed in questo blocco è sempre coinvolto il dolore. Scopo della contrazione è diminuire il dolore rendendo la persona insensibile. L’area diviene in altre parole morta. La risoluzione di queste tensioni provoca dapprima l’emergere del dolore a lungo negato ma, dopo il rilassamento, è vissuto come piacere. Solo attraverso il dolore è possibile conseguire un cambiamento caratterologico.
Nella terapia Psico-corporea il processo di guarigione attraversa tre stadi.
Durante il primo stadio il paziente prende consapevolezza delle proprie tensioni, come per esempio la mascella serrata o le spalle tese. Ogni tensione muscolare cronica rappresenta un’inibizione ad esprimere determinati sentimenti ed è quindi la controparte fisica dell’inibizione psicologica. Proprio perché le tensioni non sono fenomeni isolati ma intercorrelate a formare il carattere, il paziente arriva ad esserne consapevole in relazione al proprio comportamento.
Nel secondo stadio il paziente affronta l’iter storico attraverso cui si è formata l’inibizione. Il “perché” di una tensione non è però mai limitato alla tensione stessa ma riconduce sempre al “perché” dell’intera struttura.

Infine gli impulsi bloccati devono trovare espressione nel movimento. Mettere in azione gli impulsi precedentemente bloccati può essere distruttivo per la personalità e per questo la Bioenergetica ci viene in aiuto offrendo un setting adeguato a controllare questi impulsi. Colpire un materasso o urlare la propria rabbia o dolore sono tecniche eccellenti per liberare in modo sano emozioni represse.
Un indubbio vantaggio dell’Analisi Bioenergetica è quello di “coinvolgere” attivamente il paziente nell’aiutare se stesso. Il paziente è stimolato ad essere soggetto attivo nel cambiamento attraverso esercizi da condurre a casa i quali, oltre ad affiancare la consapevolezza corporea a quella intellettuale, aiutano il paziente a sviluppare una responsabilità per il proprio benessere fisico ed emozionale.

 

 

Divenire consapevoli delle proprie emozioni significa, nel percorso Psico-Corporeo, imparare ad ascoltare il proprio corpo ed integrare il livello corporeo con quello emotivo e cognitivo. Lungi dall’essere solamente una scarica catartica, gli esercizi espressivi sono utili per imparare a gestire le emozioni in maniera costruttiva, e non distruttiva. Tali esercizi vanno eseguiti (soprattutto inizialmente) sotto la supervisione di un terapeuta, in maniera da coglierne in pieno le potenzialità e le molte sfaccettature. Percuotere un materasso è un esercizio utilissimo per entrare in contatto con la propria rabbia, le nostre modalità di espressione, i blocchi corporei ed emotivi, e per integrare armoniosamente nel carattere le componenti aggressive.

 

 

  1. LA TERAPIA PSICO-CORPOREA DEI DAP

 

Compito della terapia Psico-Corporea per la risoluzione dei DAP è integrare corpo e mente, favorire la disamina psicologica dei vissuti emotivi e sensoriali, per mezzo della verbalizzazione, e infine restituire al paziente la possibilità di vivere in maniera piena e piacevole.

Dato che nel DAP siamo in presenza di  sensazioni di disintegrazione che si accompagnano ad impressioni di impotenza e paura di non poter governare le proprie parti corporee, organi e sistemi (muscolare, respiratorio, cardiaco), cerchiamo di favorire innanzitutto una conoscenza più approfondita del sé corporeo, restituendo al paziente le sensazioni piacevoli e positive del corpo.

E’ possibile fare ciò lavorando congiuntamente su respirazione, postura, esercizi espressivi, grounding. Il percorso terapeutico non è mai prestabilito a priori, piuttosto si adatta alla singola persona e prende in considerazione le sue caratteristiche specifiche, la sua storia personale e la sua struttura caratteriale.

La terapia psico-corporea si prefigge di: a) ridare agli elementi che compongono l’“Io” il senso aggregante (collante), b) riprendere contatto con la capacità di coordinarsi e di integrarsi psicofisicamente (riavere fiducia in sé); c) imparare a riconoscere le emozioni e legarle alle sensazioni.

Per l'approccio corporeo un atteggiamento terapeutico che tenga conto di questi elementi può essere quello di: 1) considerare il corpo e la psiche un’unica cosa, 2) considerare l’organismo composto da organi e sistemi 3) provare ad indurre la parte cosciente, quella che a volte è definita Io-corpo e che è un’istanza tra lo psichico e il corporeo (Ruggieri, 2001), a prendere contatto gradatamente con queste parti, che sono sia psicologiche (mentali), sia fisico/corporee, sia emozionali e 4) integrare queste parti promuovendo e alimentando la fiducia, con graduali esperienze di equilibrio ed integrazione.

Nell’osservare una persona fortemente in ansia o in stato di panico, capita di restare colpiti da alcune cose in particolare: per esempio dalla difficoltà respiratoria, dal soffocamento, dalla tachicardia, “perdita” degli occhi, “perdita” delle gambe, sudorazione più o meno profusa, ecc.

La perdita degli organi, ovviamente, è da intendersi come sensazione soggettiva di non essere più padroni dei propri organi. È come se all'improvviso questi si rivelassero posseduti di vita autonoma e fossero separati dall'Io. L'impressione del soggetto è quella di vivere una spoliazione: non ha più il controllo delle parti che lo compongono.

 Con una persona che va in apnea quando è in ansia, decidiamo di occuparci della funzione respiratoria. Una volta indagata nei suoi aspetti somatici e psichici (a livello toracico, addominale e diaframmatico) procediamo alla sua rieducazione. Allo stesso modo ci orientiamo per l'organo della vista (gli occhi). Prima indaghiamo tutti i movimenti e poi stimoliamo l'utilizzo di tutte le funzioni, fino ad arrivare ad una performance complessiva. Dopo di ciò si può procedere con esercizi che “legano” il movimento degli occhi a quello respiratorio.

Il respiro è l’elemento fondamentale della nostra vita. Oltre ad essere il primo e ultimo atto della vita, sovrintende ai singoli movimenti, alla loro successiva integrazione e all'integrazione delle funzioni di tutto l’organismo. Il “congelamento” del carattere nel nostro corpo avviene tramite la forma che il nostro respiro assume (si provi a pensare al trattenere il respiro dei bambini quando hanno paura) e dato che il carattere si lega al controllo, e il problema del controllo nel DAP è uno dei problemi principali (Ciardiello, ib.), in questo disturbo la funzione respiratoria è anche la prima ad essere compromessa. Potremo avere una costrizione alla gola, un blocco toracico o diaframmatico con sensazione di “pressioni” sullo sterno; si possono avvertire dolori intercostali o sensazioni di “buchi” all’altezza dello stomaco; le spalle si possono “chiudere” in avanti per impedire alle costole di ampliarsi. I muscoli dorsali si possono contrarre e quelli del collo irrigidirsi. Il bacino si può bloccare arrivando anche a compromettere una corretta deambulazione. Insomma, riassumendo, possiamo dire che si respira con tutto il corpo e che siamo anche il modo in cui respiriamo. Per questo, se proponiamo una rieducazione funzionale, di qualunque parte del nostro organismo, dobbiamo farlo contemporaneamente a quella respiratoria.

 

La respirazione è un elemento essenziale per l’equilibrio energetico dell’organismo ed è assolutamente collegata ai nostri vissuti emotivi (si pensi alla respirazione nella paura, nella rabbia, ecc). Una respirazione superficiale impedisce di sentire il proprio corpo, e svolge inconsciamente una funzione di difesa per l’organismo. Allo stesso tempo, quando si inizia a lavorare per approfondire la respirazione, emergono i vissuti e le emozioni che erano tenute a freno. E’ facile che si verifichi il pianto, e in questo caso la persona viene invitata a lasciarsi andare ad esso per piangere profondamente nell’addome. Questo sblocco ha una funzione benefica per la profondità e la qualità della respirazione.

 

 

 

Il paziente può re-imparare a respirare in maniera profonda e coinvolgendo tutto il corpo. In particolare la figura mostra un utile esercizio di respirazione, la cui facilità di esecuzione è proporzionale al livello di libertà dalla tensioni muscolari nel corpo. Durante l’inspirazione la pelvi viene indietro, favorendo la respirazione addominale e l’apertura della pancia, la gola viene indietro mentre la testa si sposta in avanti. Nell’espirazione avviene il contrario: la pelvi viene in avanti, così come la gola, mentre la testa viene indietro. Questa sequenza era chiamata da Reich “riflesso orgasmico”, perché è naturale che si verifichi spontaneamente in un organismo libero da tensioni e blocchi emotivi, e allo stesso tempo rende possibile lasciarsi andare alle sensazioni piacevoli del corpo.

 

Abbiamo detto che negli attacchi di panico anche le gambe vengono meno e si perde la capacità di tenere una tensione isometrica tale da governare tutte le funzioni. Gli arti inferiori hanno in bioenergetica una funzione importantissima: ci sostengono contro l’attrazione gravitazionale (stress), Ci permettono di spostarci nello spazio; con esse camminiamo ma anche calciamo, corriamo, sentiamo la terra, sosteniamo il corpo e, con i piedi, siamo anche capaci di tatto.

In terapia sappiamo che ogni movimento, piccolo che sia, è già un movimento complessivo e che, nella sua esecuzione, coinvolge l'intero organismo. Perciò i riflessi comportamentali che impediscono il movimento fluido e coerente, vanno cercati ed indagati anche in altre parti del corpo che possono essere vicine o lontane dall'organo implicato.

È come se i nostri ricordi fossero conservati in scrigni muscolari le cui chiavi sono celate in alcuni dettagli dei movimenti complessivi.

 

L’esercizio del bend-over ha la funzione di migliorare il proprio grounding, cioè il radicamento a terra e nella realtà del corpo. Questa posizione, se eseguita correttamente e congiunta alla respirazione addominale, provoca delle vibrazioni involontarie nelle gambe. La qualità e l’intensità delle vibrazioni è strettamente connessa alla capacità di “arrendersi al corpo”, cioè avere fiducia in se stessi e reggere l’eccitazione.

Il bend-over non è semplicemente un esercizio, ma rappresenta la possibilità di “scendere” nel corpo e scoprire molti aspetti del proprio carattere e del proprio modo di gestire le sensazioni e le emozioni.

 

 

 

 

 

 

La posizione dell’arco è complementare alla posizione del bend-over. Questo esercizio è utilizzato in bioenergetica anche a livello diagnostico: dalla posizione assunta dal corpo in questa posizione il terapeuta è già in grado di comprendere molti aspetti legati alla struttura caratteriale. E’ importante, nell’esecuzione,  continuare a percepire piedi e gambe, mantenere la pancia morbida e respirare anche nell’addome. In questa posizione, così come nella precedente, è possibile percepire le vibrazioni involontarie delle gambe e del bacino, indice di una buona fluidità energetica nel corpo. In generale possiamo dire che questa posizione è benefica sia per il grounding e le gambe, che per la flessibilizzazione della schiena e il miglioramento della funzione respiratoria.

 

 

Abbiamo detto che chi soffre di DAP sta combattendo una dura lotta contro le emozioni, che tendono a relegarsi in qualche parte buia e inaccessibile della personalità. Più cresce la sfiducia, più queste emozioni diventano pericolose. Se le emozioni non sono riconosciute, o vengono negate, aumenta la loro carica energetica, il loro valore, e sono soggette al rischio d’esplodere. È l’esplosione l'evento che maggiormente spaventa coloro che soffrono di DAP. Dentro loro stessi vivono già l'esito di una “deflagrazione arcaica fantasticata”, e per questo sono costantemente impegnati a tenersi insieme, fino ad esaurirsi e implodere. Alla fine, piuttosto che esplodere, si sceglie la destrutturazione che almeno salva le relazioni e non compromette la dipendenza.

Ecco perché nella terapia psico-corporea è importante che la persona venga in contatto con le proprie paure inconscie, che si traducono in tensioni muscolari profonde e spesso inconsapevoli. La paura più comune e universale è la paura di cadere, che denota una difficoltà a reggersi sulle proprie gambe, cioè a sentirsi un adulto responsabile. La paura di cadere è associata strettamente alla paura di perdere il controllo, di impazzire e perdere se stessi, e abbiamo visto come tale tematica sia importante nei DAP. Il paziente, lavorando su grounding e respirazione, cominica a contattare questi nuclei di paura inconscia anche grazie ad alcune esperienze psico-corporee, opportunamente discusse con il terapeuta e integrate a livello emotivo e caratteriale grazie al colloquio.

 

La paura di cadere è una tematica fondamentale anche nei disturbi di panico. In questo esercizio di caduta, la persona, partendo dal bend-over, sposta tutto il peso su una gamba, flettendo il ginocchio fino ad una ventina di centimetri dal suolo. In questa posizione di stress per la gamba, si cerca di resistere, ma è impossibile rimanere per troppo tempo. Dopo un po’ occorre cadere, e ciò aiuta a sentire cosa rappresenta per noi la perdita del controllo. Inoltre la persona ha la possibilità di sentire che la caduta, che prima era considerata terrificante, può anche essere piacevole, costituendo una resa al corpo, indispensabile per provare piacere.

 

 

 

Questo esercizio rappresenta una variante del precedente. A differenza del primo, la gamba sulla quale si poggia il peso viene raddrizzata, mentre le mani sono poggiate per terra. E’ utile utilizzare una coperta o un materasso per cadere in avanti quando lo sforzo diviene eccessivo. Anche in questo caso l’esercizio ci mette in contatto con la nostra specifica modalità di gestione dell’emozione della paura. Sforzarsi strenuamente per non cadere denota la difficoltà di lasciarsi andare, mentre cadere immediatamente può essere un indice della difficoltà a reggere l’eccitazione. L’esercizio in questione è utile per il rafforzamento degli arti inferiori, per il grounding e per acquisire fiducia in se stessi.

 

Per quanto riguarda gli occhi, la sensazione che si verifica negli attacchi di panico è che “Io” non sono più presente negli occhi che, in tal modo, non sono più capaci di soffermarsi sugli oggetti esterni e svolgere la funzione del vedere e del guardare. Gli occhi hanno importanti funzioni espressive, tanto da essere considerati “lo specchio dell’anima”. In effetti negli occhi e nella qualità dello sguardo si manifestano tutti i processi corporei ed emotivi.

 

 

La figura mostra le due vie seguite dal flusso di energia verso gli occhi. Una corre lungo la parte frontale del corpo, dal cuore attraverso la gola e il viso, fino agli occhi. Il sentimento associato a questo flusso è il desiderio di contatto, che dà vita ad uno sguardo dolce, supplichevole. La seconda corre lungo la schiena e sale, passando per la sommità del capo, fino alla fronte e agli occhi. Questo flusso dà allo sguardo una componente aggressiva. Nello sguardo normale le due componenti sono entrambe presenti e bilanciate, dato che per un buon contatto oculare sono necessarie entrambe.

 

Nell’emozione della paura gli occhi svolgono un ruolo molto importante da un punto di vista espressivo ed adattivo. Mentre nell’emozione passeggera il pattern mimico-facciale è di breve durata, quando un’emozione diviene inconscia diviene uno sfondo silenzioso non più consapevole alla coscienza, ma che comunque si traduce a livello corporeo in tensioni croniche che impediscono il libero fluire dell’energia e delle sensazioni.

 

 

La figura illustra il ritrarsi dell’energia dagli occhi, causato dalla paura. La componente aggressiva viene ritratta lungo il suo circuito, le sopracciglia si sollevano e gli occhi si spalancano. Quando viene ritirata la componente tenera, la mascella cade e la bocca si spalanca. Se la paura si cronicizza nel corpo, l’energia viene incatenata nell’anello di tensione attorno alla base del capo. Parte dello sforzo è costituita dalla necessità di irrigidire la mascella per superare la sensazione di spavento (“non mi lascerò spaventare!”)

 

 

Il “coperchio” di tensione alla base della testa esprime il bisogno di mantenere il controllo delle proprie emozioni e sentimenti. E’ l’equivalente somatico del comandamento psicologico “non perdere la testa”, cioè “non lasciarti mai sfuggire il controllo dei tuoi sentimenti” . Se mettiamo un coperchio alla nostra aggressività, si crea una pressione contro di esso, che può dare origine ad una cefalea. Il coperchio della testa è collegato al blocco del bacino, che impedisce il flusso delle sensazioni sessuali.

L’energia si ritrae e si comprime e possiamo parlare di un effetto “pentola a pressione”. L’attacco di panico può essere considerato l’esplosione della pentola a pressione, una rottura improvvisa del contenimento delle sensazioni e delle emozioni.

 

 

 

Se una persona chiude gli occhi probabilmente ha fiducia in chi la sostiene; ma restare con gli occhi aperti e morbidi, non allarmati, vuole dire che ha fiducia in sé stesso, nella propria capacità di relazionarsi e nella propria autonomia. Ha coraggio e guarda le cose in faccia. Questa è la funzione finale da perseguire, però solo dopo essere passati per l'acquisizione della capacità di abbandonarsi, regredire e dipendere senza timori. Ottenuto l'abbandono si cercano i modi, diversi per ognuno, per raggiungere una respirazione completa che coinvolga tutte le parti: addome, diaframma, petto, spalle, bacino e gambe. Quando la persona è giunta a sentire il respiro fluido, che “quasi come un’onda lo attraversa tutto”, si può proporre di aprire gli occhi conservando il modo di respirare acquisito e contattando la realtà circostante (appoggiare gli occhi sugli oggetti e/o sulle persone). Il passaggio successivo è l’aggiunta e l’integrazione della deambulazione.

Come abbiamo avuto modo di vedere in questa disamina delle tematiche psico-corporee legate ai DAP, durante il lavoro occorre tener conto dell’unità funzionale corpo-mente: Sappiamo che lavorando “semplicemente” sulla respirazione, è tutto il corpo ad essere profondamente coinvolto. Non solo, ma anche le emozioni possono essere contattate agevolmente a partire da un esercizio corporeo, così come è facile per la persona divenire consapevole di quelli che sono i blocchi muscolari strutturati nella corazza caratteriale. In altri termini mente e corpo costituiscono due facce della stessa medaglia e agire sull’uno in maniera consapevole significa anche agire sull’altro.

 

  1. Prevenire i Disturbo da Attacchi di Panico e promuovere la salute

Come abbiamo detto, la terapia psico-corporea è molto utile per la risoluzione dei Disturbi di Panico, ed essa non può essere sostituita da altri mezzi che possono sembrare più veloci (farmaci, prodotti erboristici, ecc.). In alcuni casi è lo psicologo a consigliare l’abbinamento con altri mezzi, ma occorre ricordare che anche gli esercizi che presentiamo hanno valore terapeutico solo se inseriti all’interno di una cornice idonea, che è quella del rapporto psicologo-cliente, in cui la relazione e la competenza del professionista costituiscono i fattori più importanti per la riuscita del percorso.

Ciò nonostante, è possibile inserire nella propria quotidianità degli spazi per il lavoro psico-corporeo, in maniera da prevenire l’insorgenza di molti disturbi (tra cui il DAP) e soprattutto promuovere la salute individuale, iniziando un affascinante percorso di auto-conoscenza che ci aiuta a vivere più pienamente la nostra vita.

Come psicologi ad approccio umanistico crediamo profondamente che ogni persona, se opportunamente indirizzata, possiede già le chiavi per il proprio benessere e per realizzare pienamente in proprio potenziale vitale. Il compito di accompagnare alla scoperta della propria individualità è delicato e richiede amore e professionalità.

Consigliamo di eseguire gli esercizi che presentiamo in maniera consapevole. Ciò vuol dire innanzitutto riuscire a prestare attenzione al proprio modo di respirare, sentire quali muscoli sono più tesi e quali più rilassati, e accettare il nostro corpo così com’è, rispettando i nostri limiti e ricordando che i tempi del corpo sono diversi dai tempi della mente. Mentre la nostra mente è una lepre, il corpo è una tartaruga: i cambiamenti sono necessariamente lenti, ma anche più duraturi e stabili.

Abbiate fiducia del corpo!

Esso non mente, perché non è in grado di mentire, e subito ci porta alla nostra verità più intima. A volte le scoperte che si fanno in questo percorso possono spaventarci e possiamo essere portati a lasciar perdere: accettiamo anche questo, in effetti è più semplice continuare a sonnecchiare rispetto alla scelta di aprire gli occhi e vedere la realtà. Se manteniamo questa attitudine rispettosa e amorevole nei nostri confronti, allora il corpo diventa un amico prezioso, in grado di aiutarci e orientare le nostre scelte. Cominceremo a sentirci più integrati, più vitali e allo stesso tempo più rilassati, e anche i pensieri smetteranno di assumere una sfumatura tirannica per divenire più puliti e liberi.

Nell’esecuzione degli esercizi possiamo abbandonare con il tempo la necessità di “fare” qualcosa, e spostare la nostra attenzione sul “sentire”. La velocità è nemica del sentire, quindi prendiamo tutto il tempo che ci occorre, ritagliamo uno spazio e un tempo in cui siamo tranquilli e indisturbati dall’esterno (cellulari, tv, ecc.).

L’ideale è una stanza ampia e con pochi oggetti, con pavimento in legno oppure un tappeto su cui poter stare scalzi. Musica rilassante, se vogliamo possiamo bruciare dell’incenso, ecc. E’ il nostro spazio ed è giusto considerarlo sacro.

Durante tutti gli esercizi espressivi occorre ricordare tre piccole regole:

1.      Le ginocchia sono sempre leggermente flesse e mai rigide ed estroflesse. Ciò serve per sentire il grounding, scaricare il peso a terra evitando di gravare sulla zona lombare

  1. La pancia è morbida, possiamo tenerla tranquillamente in fuori, in maniera da favorire la respirazione diaframmatica

  2. La bocca è leggermente aperta, in maniera da favorire la respirazione e lasciare che si allentino le tensioni dell’articolazione temporo-mandibolare.

Vogliamo ricordare un elemento semplicissimo, ma che spesso dimentichiamo: noi tendiamo per natura a fare le cose che ci piacciono e ci fanno stare bene, mentre naturalmente tendiamo a interrompere le attività che ci risultano sgradevoli e dannose. Quindi cerchiamo in tutti i modi di rendere l’esecuzione degli esercizi assolutamente piacevole. Se oggi il mio limite è qui, va benissimo, lo accetto, mi fermo e respiro.

Nell’esecuzione degli esercizi è importante rimanere in contatto con le sensazioni del corpo, ma anche con le emozioni che affiorano nel lavoro (paura, rabbia, gioia, tristezza, ecc). Infine occorre essere consapevoli dei propri pensieri legati alle emozioni. Può essere utile, ad esempio, compilare una sorta di diario dei propri vissuti legati agli esercizi, in modo da divenire consapevoli dei tre livelli: sensazioni del corpo, emozioni, cognizione.

Oltre ai diversi esercizi menzionati, possiamo dire che una volta acquisiti degli elementi trasversali di ascolto e consapevolezza, possiamo utilizzare la nostra creatività in maniera costruttiva, inventando nuovi esercizi e posizioni. L’importante, appunto, è riuscire a respirare e rilassarsi nello sforzo, ascoltando e rispettando i nostri limiti. Ad esempio, rispetto agli occhi si può pensare ad esercizi di concentrazione oculare. Per esempio guardare fisso in un punto vicino a noi, per alcuni secondi e poi minuti, per poi spostare lo sguardo più lontano. O ancora, poggiare i palmi delle mani sugli occhi in maniera da rilassarli respirando, ecc. Allo stesso modo, per il controllo delle gambe e piedi si può usare l'esercizio del camminare ponendo attenzione all'appoggio delle parti dei piedi (tallone, pianta, punta, parte esterna e interna). Mentre si svolgono queste attività non bisogna mai dimenticare l'attenzione al respiro e ricordare sempre che non si tratta di esercizi meccanici, ma espressivi, cioè prestare attenzione ai vissuti e alle emozioni.

La pratica costante degli esercizi, soprattutto se svolta in gruppo (classi di esercizi bioenergetici) o in consulenza individuale sotto la supervisione di uno psicologo ad approccio corporeo, costituisce un affascinante percorso di crescita, consapevolezza, benessere e amore per noi stessi e per la vita.


dott. Roberto Ausilio
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BIBLIOGRAFIA E WEBGRAFIA

 

Bertini, M., Da Panacea a Igea: verso il delinearsi di un cambiamento di paradigma nel panorama della salute umana, ne “L’Arco di Giano” Numero 30, 2001, p. 11-31

Galimberti U., Il corpo, Feltrinelli, Milano, 1983

Lowen, A., (1975) Bioenergetica, Feltrinelli, Milano, 1996.

Lowen, A., (1958) Il linguaggio del corpo, Feltrinelli, Milano, 1978

Lowen, A. (1977) Espansione e integrazione del corpo in bioenergetica, AstrolabioRoma, 1979

Lowen, A. Arrendersi al corpo. Astrolabio Roma, 1994

Lowen, A. (1967) Il tradimento del corpo, Edizioni Mediterranee, Roma, 1982

Reich, W., (1949) Analisi del carattere, Sugarco Milano, 1989

Ricci Bitti, P. E., Regolazione delle emozioni e arti-terapie,  Carocci, Roma, 2002

Solano L., Tra mente e corpo - come si costruisce la salute, Raffaello Cortina Editore, Roma, 2001.

 

 

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